domenica 16 settembre 2018

Oratorio noi ci crediamo

"Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede."  (Lc 10,1-7)

Ciao a tutti!
Quanto le nostre comunità credono al progetto oratori ce lo dice il numero di persona che si stanno già dedicando ad esso. Una delle cose più belle è che un numero sempre maggiore di adolescenti stia iniziando a simpatizzare per l'oratorio mettendo a disposizione un po' di tempo o un po' dei suoi talenti.
Se vi scrivo però è per dirvi che abbiamo bisogno un po' tutti di tutti perché l'oratorio è casa di comunità per cui è cosa di comunità. Il gioco di parole ci deve aiutare ad entrare in questa logica di dono vicendevole.
A metà ottobre ripartirà il progetto degli oratori invernali ma ho davvero bisogno di qualche mano in più perché da solo non posso far nulla. Nella locandina (che forse non si vede benissimo, ma che sta girando anche via cellulare) ritrovate alcuni spunti con alcuni giorni (ufficiosi per il momento).
Vi chiedo di contattarmi via email (ciri46@hotmail.it) che leggerò tornato dal viaggio di nozze (in ritardo) che farò dal 18 al 26 settembre (periodo in cui sarò irreperibile, eheh). Passate parole, aiutatemi a trovare operai per la messa, perché essa è molto molto abbondante e lavorare insieme è essere Chiesa, è vivere la gioia di veder crescere i nostri ragazzi passo dopo passo, con fatica e devozione, sui solchi del Maestro.

Grazie di cuore!

sabato 15 settembre 2018

Modelli di oratorio: i criteri - FOI/4

Stile è il modo con cui guardiamo l'oratorio, con cui pensiamo l'oratorio, il perché facciamo l'oratorio, il come viviamo l'oratorio.
Esistono sei criteri per discernere la progettazione in oratorio fatto ciascuno di due polarità (una tensione fra due aspetti). Queste polarità ci permettono di parlare lo stesso linguaggio mantenendo al tempo stesso ognuno la propria specificità. A volte abbiamo gli elementi ma non la sintonia fra essi (come cuocere la pasta buttandola nell'acqua prima di farla bollire come fanno all'estero).
  1. Ispirazione. L'ispirazione non è la mia ma è il soffio dello Spirito, è il Vangelo: non è banale chiederci se i nostri oratori sono ispirati da Lui. Il mio oratorio è una vela che si lascia gonfiare dal soffio del suo spirito oppure apriamo gli oratori con la vela chiusa? L'ispirazione non ce la inventiamo noi. C'è una dimensione spirituale fortissima. L'ispirazione sta nell'educazione e nell'evangelizzazione. Gli oratori non nascono da noi ma da una domanda che lo Spirito presenta a noi, una domanda che intercetta la domanda dei ragazzi. La questione è sugli appelli, ovvero sulla domanda che la vita di quel ragazzo pone a me, e non tanto quella domanda che io pongo su di lui. L'educazione va con l'evangelizzazione perché non possiamo pensare l'una senza l'altra. Vado in oratorio ad annunciare il Vangelo ma stando attento alla realtà di quel territorio, cercando di fare un passo alla volta, con gradualità. Senza ispirazione l'oratorio diventa sterile perché è lo Spirito che rende feconda la Chiesa. 
  2. Dedizione. Quali sono le vele che si gonfiano? Chi fa l'azione educativa? Chi è che oggi si consegna, si dedica all'oratorio oggi? Chi si fa toccare da quell'ispirazione? Non vi è solo l'iniziativa laicale né solo quella religiosa: queste due polarità devono combinarsi insieme. I sacerdoti devono vivere l'oratorio, i laici devono vivere l'oratorio. La gratuità rimane sempre anche nel servizio degli educatori professionali. Vi sono educatori professionali che hanno dedizione e ci sono volontari che non ce l'hanno: la dedizione è qualcosa di più profondo del compenso. Il contrario di questo è l'oratorio fungo, l'oratorio estemporaneo: si riempie d'estate e poi svanisce perché mancano figure dedicate.
  3. Sguardi. Chi ci sta in oratorio? Gli oratori nascono per le giovani generazioni per cui bisogna stare attenti che non diventino l'allargamento dei giardini dell'infanzia per le famiglie, ad esempio. Se l'oratorio non è per le giovani generazioni non è oratorio. Fin dove noi pensiamo l'oratorio? Lo sguardo fin dove si spinge? È possibile pensare un oratorio per gli over18? Sì, ma non devo far fare ai giovani quello che faccio fare ai bimbi, e non faccio fare a tutti i giovani gli animatori ed educatori, ma rispetto i carismi di ciascuno. È possibile costruire comunità. Ad esempio la sala studio per gli universitari con il wifi gratuito: esiste. E lì possiamo incontrarli. Esistono anche ragazzi che non vediamo quasi mai: disabili e malati. Spesso a questi ci pensano i servizi pubblici e noi li portiamo a messa la domenica tutt'al più. Poi c'è la questione della intergenerazionalità: una comunità attenta ai giovani, che abita l'esperienza dell'oratorio e non si accontenta di avere spazi aperti e un educatore o un religioso in gamba. Il contrario è un oratorio che ha uno sguardo a categorie è un oratorio miope.
  4. Metodo. Linguaggi della fede e linguaggi per la fede. Purtroppo abbiamo oratori in cui vi sono educatori che non pregano e non fanno pregare, non annunciano il Vangelo in nome di un “laicismo” insipido. Noi impariamo dalla vita dei ragazzi e vediamo dei tratti del Vangelo nelle loro vite, nelle loro parole: da un lato li evangelizziamo e dall'altra ci evangelizzano, e la Bibbia è piena di stranieri e piccoli che insegnano a Israele qualcosa su Dio. Il Vangelo è oltre la nostra testa, oltre i nostri schemi: occorre mettersi in ascolto per entrare nella vita. Il metodo dell'oratorio non è aver tutto preparato ma è anche imparare dai ragazzi e per imparare ci vuole tempo. Gesù ha predicato per 3 anni ma per 30 ha imparato a diventare uomo. Spesso non possiamo partire dal kerigma ma dobbiamo metterci al fianco di ragazzi per accompagnarli.
  5. Proposte. La proposta sta fra le attività e il luogo-struttura. I ragazzi si ricordano delle cose fatte in oratorio, delle esperienze vissute in oratorio. Non è solo una proposta ma è anche un luogo di appartenenza perché l'oratorio è casa delle relazioni dove vivere un tempo di informalità, dove si passa di lì senza dove per forza avere sempre un obiettivo specifico. Ci sono oratori troppi impostati sulle attività e ce ne sono altri sempre aperti ma che non fanno proposte. L'oratorio che non crea appartenenza è un oratorio irrilevante: quanta gente passa dai nostri oratori, consuma e va?
  6. Orizzonti. A cosa guarda l'oratorio sta fra la vita ecclesiale e la testimonianza nel mondo. Da un lato vorremmo che i ragazzi crescano come discepoli ma dobbiamo chiederci come devono crescere nella comunità cristiana. Alcuni devono imparare a vivere nel mondo un servizio: nel mondo politico ad esempio. Non dobbiamo accompagnare i giovani solo perché un domani potrebbero diventare catechisti ed educatori ma per mandarli nel mondo (anche se certamente d alcuni sarà importante fare proposte di servizio in oratorio). Dunque occorre avere oratori con uno sguardo sul futuro, che siano esercizio di futuro. Se non c'è questo orizzonte siamo di fronte all'oratorio voliera, in cui per quanto grande sia la voliera prima o poi ci si scontra con la gabbia.

La croce è ispirazione e sotto di essa vi erano figure dedicate: Maria, le donne e Giovanni. Quel giorno Pietro non era sceso a fare oratorio. L'augurio è di fare oratorio sotto la croce: un volto amato uno per volta, uno a uno: dedizione che nasce da ispirazione.

don Luca Ramello
direttore pastorale giovanile di Torino e di Piemonte e Valle d'Aosta

venerdì 14 settembre 2018

Credere, fare, discernere e scegliere - FOI/3

Spesso si pensa che sia superfluo progettare nella mentalità media anche della Chiesa. E chi materialmente progetta? Non è roba di una gerarchia illuminata ma dobbiamo recuperare una ecclesialità. La pastorale o è progettuale o non è pastorale.

"Per chi e perché devo progettare" dovrebbe essere la prima domanda cercando di passare da una pastorale di trasmissione della fede a una pastorale della relazione umana. Mi interessa incontrarti perché esisti e sei uomo come me, ancora prima che per trasmetterti il Vangelo. Non perché il Vangelo sia meno importante ma proprio perché per trasmetterlo devo comprendere che oggi c'è una grande richiesta di relazione da parte dei giovani da tutti i sondaggi che sono stati fatti. Le nostre comunità sono attrezzate per dare vita a un oratorio? Ma, ancor di più, hanno voglia di dar vita a questo, di star vicino ai giovani?
In altre parole, è bene farsi tre domande:
  1. le nostre comunità sono sufficientemente attrezzate per dare vita oggi ad un oratorio e di quali strumenti hanno bisogno per poterlo fare?
  2. Ma ancora di più: hanno voglia, motivazione, energia sufficiente?
  3. E noi cosa possiamo fare per sostenere l'avventura dell'oratorio nelle nostre comunità?

Fare oratorio è più di un'offerta pedagogica qualificata. Che tipo di relazione educativa chiede Gesù ai suoi discepoli? Non una relazione di aiuto sociale. “Lasciate” dice Gesù ai suoi discepoli quando cercano di zittire dei bambini (Mt 19, 13-15). I giovani scappano da comunità paternaliste. Gesù chiede di imparare dai bambini: li indica come coloro che possiedono il regno. Come educatore, come animatore, ti stai educando al regno e non stai solo facendo una buona azione per quei ragazzi. L'azione educativa dell'oratorio deve essere letta e vissuta come evento spirituale e non come funzione sociale: per noi è fondamentale stare in relazione coi piccoli.

La pastorale è la cura: la pastorale dei volti. Cosa significa prendersi cura di te per quello che sei oggi? E a quali condizioni si può vivere una pastorale del genere? Occorre recuperare il senso del discernimento. L'ascolto è prioritario, e dunque prioritario diventa di conseguenza anche l'incontro. Gli incontri che proponiamo sono davvero esperienze di incontro oppure sono solo riunioni? La progettazione educativa è l'esercizio ecclesiale che ci permette di vivere il discernimento educativo.
Credere, fare, discernere e scegliere sono le quattro mosse per tenere insieme azione educativa, pastorale e discernimento. Collegare il «polo ideale» (credere) con il «polo operativo» (fare) saltando i livelli intermedi della visione (discernere) e della progettualità (scegliere) finisce il più delle volte per produrre un corto circuito educativo-pastorale, che brucia risorse, collaboratori, vocazioni.
In oratorio la Chiesa si può reinventare, si può ripensare, si può tenere viva a partire da una visione di chi è il cristiano oggi. Forse facciamo fatica a capire chi deve essere oggi il cristiano. Il discernimento educativo ci mantiene nell'ascolto dello Spirito, senza inaridirci nelle procedure, stando invece attenti alla comunità che vive la fraternità.

Un buon oratorio non è quello che risolve il problema ma che sa leggere dentro un bisogno una domanda, sa proporre un percorso possibile, permette ai ragazzi di sperimentarsi come “buoni”. L'oratorio è quell'ambito in cui tutta la comunità può crescere nella presa di cura, nella testimonianza umile e nell'evangelizzazione, attraverso il coinvolgimento ecclesiale e nell'apporto dei diversi carismi. Ed è la sintonia con le diverse figure che educa (allenatore, catechista, animatore, educatore, ...) e non il confronto fra esse.
Occorre impegnarsi a parlare la lingua dei ragazzi assumendo lo stile dell'animazione: andare incontro con ciò che desiderano. Ecco perché si fa sport in oratorio, ecco perché si fa teatro in oratorio, ecco perché si fa musica in oratorio. L'oratorio è un luogo di iniziazione umana (oltre che cristiana) con i mezzi semplici che ha a disposizione. L’oratorio, può essere quel contesto semplice e
accessibile in cui i ragazzi vengono accolti per essere attrezzati alla vita.
L'educazione cristiana – dice il papa – deve mettere in sintonia tre dimensioni: la testa, le mani e il cuore.
La progettazione educativa ha anch'essa delle dimensioni
dimensione pasquale
dimensione affettiva
dimensione intellettuale
dimensione della prossimità
dimensione itinerante

Tre provocazione per ripensarsi:
  • Il nostro oratorio è ambito di iniziazione umana e nello stesso tempo laboratorio di Chiesa per una Comunità che coglie nella relazione educativa un’opportunità per sé e per la sua crescita nella fede.
  • La cartina di tornasole che misura implacabile la nostra intensità missionaria è la comunicazione: oggi la Chiesa riesce a dire chi è? E quando lo dice è comprensibile?
  • Vogliamo veramente che il più lontano da noi torni ad essere quello a noi più famigliare? In altre parole, ci mancano quelli che mancano?



don Stefano Guidi
direttore della Fondazione Oratori di Milano

mercoledì 12 settembre 2018

Complessità e progettazione educativa - FOI//2

Noi siamo un progetto: l'essere umano per sua natura è progetto. La pedagogia cristiana ci richiama spesso questa caratteristica della natura umana. Il progetto è una dimensione costitutiva dell'essere umano.

Primo compito educativo è di accompagnare la singola progettualità personale: fare in modo che recuperi l'orizzonte progettuale della sua esistenza. L'impegno educativo si esplica a sostegno di tale recupero. Dobbiamo allora promuovere i margini di scelta  e possibilità di ogni situazione che ci è data. Non è fuggire ma è stare in una situazione.

La progettazione educativa contrasta il “si è sempre fatto così”: non siamo soggetti passivi ma soggetti attivi. Occorre fiducia inesauribile delle singole persone e delle comunità. Non esiste nessun progetto se non basato sulla fiducia. La progettazione è questione di sguardo. Il rischio è che diventi un atto burocratico, uno scritto appiattendo così su un figlio di carta un'azione di ampio respiro che è ben più grande di uno strumento schematico seppur utile e importante. Uno sguardo capace di vedere i dettagli ma anche ciò che è oltre. La progettazione non è solo roba dei professionisti, ma ognuno dovrebbe formarsi.

Il progetto parte da una situazione contingente e alla situazione ritorna: vuol dire che sta in quella situazione molte volte guadagnando uno sguardo nuovo e una grandissima capacità di leggere la realtà. Significa conoscere fino alle fondamenta quella realtà e capire ciò che è possibile. Alla trascendenza si giunge attraverso la possibilità. Quanto più stiamo radicati in una situazione, tanto più riusciamo a trovare soluzioni efficaci per viverla al meglio (principio di immanenza). Dobbiamo affezionarci alla realtà, restare aderenti alla realtà, innamorarci dei contesti e starci dentro. Il progetto esprime l'azione intenzionale di significare la realtà.

Quanto la nostra azione progettuale rende più libere e autonome le persone? Quanto invece le imbriglia? L'educazione è volta alla sua estinzione perché l'altro cresca, perché l'altro vada. Non siamo più capaci di rapportarci con questa fine: i ragazzi dall'oratorio devono andare anche via e non possono rimanervi per sempre.

Ruoli e funzioni sono questioni importanti. Quando si progetta si attribuiscono ruoli e funzioni. Non sono la stessa cosa. Il primo è una posizione gerarchica (non per forza negativa), la funzione è come la persona si riappropria del ruolo ovvero la sua speciale concretizzazione. Non si può dare un ruolo senza dare le funzioni, ovvero senza dire come interpretare quel ruolo. Così succede che le persone si rifugiano nel ruolo. Se invece la funzione viene esplicitata e condivisa, nel momento in cui le persone cambieranno le funzioni rimarranno. È importante che chi vive le funzioni educative sia messo in grado di vivere bene e con serenità tale situazione.

Non posso mai progettare con qualcuno in educazione, ma posso solo educare con qualcuno. Quanto coinvolgiamo i collaboratori e i destinatari in maniera diretta o indiretta? Quanto ci sta questa dimensione di co-progettazione. Essa è un'arma potentissima. Non esiste un'autentica progettualità se non è co-progettualità: è un'opera a più mani, ma si richiede la collaborazione di tutti.

L'azione progettuale ha un inizio, una meta e un itinerario che non per forza è lineare perché la vita stessa non è lineare: ci sono battute d'arresto e riprese. Gli oratori devono diventare elastici non solo nell'accogliere i nuovi arrivi ma anche nel saper accogliere i ritorni. Predisporre il terreno per i ritorni. Occorre poi saper gestire le partenze.

Spazio, tempo e corpo. Ogni azione educativa deve fare i conti con queste tre dimensioni: ognuna influisce sull'altra. Quali spazi e quali tempi dedichiamo alle relazioni in oratorio? Per vivere la progettualità abbiamo anche bisogno di tempi di sosta, in cui non facciamo niente. 
Aiutare il tempo della sosta e della riflessività, senza dover scandire i tempi di tutto.
Tre competenze significative per progettare
- dosare le forze in maniera realistica: misurare le forze che abbiamo, quali risorse abbiamo a disposizione, non lasciarsi prendere dal perfezionismo
- allenare la riflessività: ripensare, ritornare sulle esperienze per guadagnare sapere, trovare chiavi di significato
- valutare e verificare: non tempo di giudizio ma di nuova scoperta, dare giusto peso e valore, cercare l'essenziale, tempo di sosta e di contemplazione

Abbiamo più bisogno di progettualità che di programmazione: il buon professionista sa dare spazio alla spontaneità propria e del volontario. Inoltre occorre non schiacciarsi sulle emergenze ma abbiamo busogno di ampi respiri, di non accogliere qualsiasi desiderio da parte dei ragazzi ma aiutarli a crescere nel desiderio.

“Non sono i fatti che contano ma ciò che grazie ai fatti si diventa” (Etty Illesum)

Prof Alessandra Augelli

martedì 11 settembre 2018

Oratorio, medicina di cura e di comunità - FOI/1

In questi giorni ho avuto la fortuna di essere invitato a Matera all'assemblea nazionale del Forum degli Oratori Italiani (FOI). Questa esperienza l'ho vissuta con l'intenzione di riportare quanto ho ascoltato (e non sempre digerito) a chi non è stato presente. Sono andato a nome di tanti e non a nome mio: se così non fosse sarei un grande egoista e non vivrei secondo uno spirito ecclesiale ma individuale. Certo ha fatto bene a me per primo, ma mi è chiesti di fare da cassa di risonanza. Ecco perché (terminati gli articoli di approfondimento sul Progetto Educativo dei nostri oratori) ho pensato di riportarvi le parole che mi sono state consegnate affinché davvero un poco di lievito possa fermentare quanta più pasta possibile. Buon oratorio a tutti!

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Uno dei rischi peggiori di questo tempo in campo educativo è l'individualismo, ancor più della secolarizzazione. L'individualismo genera due cose: chiusura ed egoismo.
L'oratorio può essere la grande medicina per la Chiesa perché è medicina di cura e medicina per fare comunità. Non è un'aspirina la cui ricetta è così da secoli: occorre fare continua ricerca per dirci cosa sia l'oratorio oggi. È sforzo di stare dentro la storia, dentro il territorio, essendo fedeli al Vangelo. L'oratorio è medicina perché esercizio di cura, ovvero di persone che cercano di vivere in un grande rispetto, in un grande amore. Purtroppo ci sono giovani preti che vedono l'oratorio come una sciagura che potrebbe cadergli sulla testa. 
L'oratorio è poi esercizio di comunità ed esso può essere una sana provocazione per la Chiesa e i territori di oggi: decidere di raccogliere dei ragazzi e non lasciarli crescere da soli significa offrire il cuore come ha fatto Gesù.
In questo tempo le strategie per fare oratorio sono opportunità e ostacolo allo stesso tempo. L'oratorio deve aiutarci a disegnare un grande arco temporale che vada dall'infanzia alle soglie della giovinezza: diventare grandi è un'azione che dura tanto tempo, che richiede una serie di azioni, perché diventa più facile se tali azioni sono coordinate fra di loro. Azioni che toccano la catechesi, il tempo libero, lo sport. Attenzione al tempo e ai soggetti: questo dà lo stile alla pastorale giovanile perché se essa nasce a vent'anni sarà sempre una pastorale giovanile di rincorsa. 
L'oratorio può essere di competenze alte ma anche un luogo di competenze troppo basse: chiedersi se lì gli educatori ci sono. Gli educatori non si tirano giù dall'albero in giardino ma si formano nel tempo. Le competenze possono essere riconosciute e pagate: una comunità può investire su delle competenze professionali. Ciò aiuta il volontariato ad aumentare le sue capacità. “Et-et” e non “aut-aut”.
L'oratorio ha il merito di elevare il protagonismo della comunità, di tutte quelle realtà che vi lavorano ma che devono essere chiamate al tavolo e coordinate. Non c'è oratorio se non c'è una comunità disposta a mettersi in gioco. Vuol dire che tutti i soggetti devono entrare in un gioco di comunità. Manca l'idea che la Chiesa è un'impresa comune.


Don Michele Falabretti - Incaricato nazionale di Pastorale Giovanile

giovedì 6 settembre 2018

Pilastri del metodo educativo - PE/8

Ciò che parla ai ragazzi, ciò che veramente li colpisce e li coinvolge non sono tanto i contenuti delle nostre attività, quanto il modo con cui vengono proposte. L'oratorio ha un suo stile e un suo metodo educativo proprio, che si contraddistingue per cinque caratteristiche che rappresentano i 5 pilastri sopra i quali viene eretta l'architettura oratoriana. Non stiamo parlando delle struttura fatta di travi, mattino, muri ma della struttura fisica in quanto composta dalle persone e della struttura di pensiero che sorregge il progetto.
I cinque pilastri del metodo educativo dell'oratorio sono
  • un'esperienza di gruppo: l'oratorio non è oratorio se si sta da soli e isolati, infatti esso è intreccio di relazioni e creazioni di legami stabili e sempre più profondi, rapporti che danno vita al gruppo dei ragazzi dell'oratorio, un gruppo informale ma allo stesso tempo riconoscibile; in oratorio tutto quello che si fa lo si fa a gruppo, piccolo o grande che sia, dai compiti alla merenda, dalla riflessione al gioco, ...si educato attraverso il gruppo, nel gruppo, col gruppo.
  • un ambiente accogliente: l'oratorio è casa nella misura nella quale c'è qualche "grande" che è pronto ad aprire le porte e ad accogliere chi vi entra, perché se tutte le volte che un ragazzo o una ragazza entrano si sentono chiamati per nome, se viene chiesto loro come stanno quel giorno, se si chiede come è andata la verifica, la partita o come va la sfera sentimentale fa la differenza.
  • l'accoglienza progettuale del ragazzo: come diceva papa Giovanni XXIII "Dio sa contare solo fino a 1", ovvero ha a cuore ciascuno al di là dei numeri, si ferma per te, riparte da te e con te; anche questa attenzione fa dell'oratorio un luogo educativo perché ciascun ragazzo con il trascorrere del tempo viene conosciuto per le sue qualità e le sue difficoltà, e da qui accompagnato nella misura più adeguata caso per caso, facendo attenzione a quelle sfumature che anche dentro a un'esperienza di gruppo ogni giovani porta in sé e che un buon educatore sa cogliere e sa come comportarsi di conseguenza.
  • un contesto comunitario: i ragazzi dell'oratorio, anche quelli che non vanno a messa la domenica, sanno benissimo che quel luogo viene abitato anche da altre persone di altre età, di altre culture, in tempi differenti; questo genera fascino da un lato e corresponsabilità dall'altro, sapersi accolti da una parte ma anche di non essere padroni di casa dall'altra. 
  • l'imparare facendo: l'oratorio è luogo dove fare esperienze, dove sporcarsi le mani, dove mettersi in gioco; è un continua avere la mani in pasta e da queste esperienze passare a trasformarle in sapienze di vita attraverso l'accompagnamento di educatori ed animatori; all'oratorio non vale la risposta "non lo so fare" se non temporaneamente, perché in oratorio ci si mette alla prova senza la paura di un giudizio affrettato e umiliante, sapendo che l'errore fa parte dell'allenarsi e che per imparare qualsiasi cosa (a suonare uno strumento, a cantare, a recitare, a studiare, a giocare a basket, a versare l'acqua nel bicchiere altrui, al pregare con le tue parole, a fare la ruota, ...) si deve entrare nella logica dei piccoli passi possibili.

Questi cinque pilastri tuttavia, non si terrebbero legati assieme senza un architrave: questo è la preghiera, una preghiera trasversale fatta di parole e opere. Come? Beh, ogni giorno in oratorio (terminata l'accoglienza iniziale) si recita la preghiera semplice di san Francesco, un modo di pregare che va bene tanto per i cristiani quanto per le altre religioni (trasformando fra l'altro quel tempo in un cantiere di pace): i ragazzi (di qualsiasi religione) fanno a gara per poter recitarla da solisti o come guide. In più si cerca di far diventare vita quelle parole della preghiera, diventando a poco a poco preghiera vivente. Quest'ultimo punto è qualcosa che forse insegniamo poco come cristiani eppure lo stesso Gesù parlare di persone che ascoltano la Parola e la mettono in pratica e persone che ascoltano e basta. Per costruire la casa sulla roccia (e l'oratorio prende spunto da questa parabola) occorre trasformare in vita la preghiera quotidiana, assumere i tratti del più bello fra i figli dell'uomo.
Infine durante l'anno non manca una parte in cui si approfondisce la vita di un santo: l'anno passato abbiamo conosciuto don Bosco, l'anno che sta per iniziare probabilmente incontreremo san Filippo Neri, non a caso due discepoli che hanno fatto dell'oratorio uno strumento di evangelizzazione.