venerdì 16 novembre 2018

Oratorio, cantiere fra cielo e terra

Come è bello vedere gli oratori pieni. Pieni di ragazzi, di animatori, di volontari adulti, di persone. Pieni di suoni (talvolta fastidiosi, talvolta festosi), di colori, di attività diverse ma che parlano lo stesso linguaggio, quello della comunione, lo spirito dello stare insieme. Pieni di fiducia, di amicizie, di litigi e di incomprensioni, ma anche di perdono e di dialogo.
Non parlo solo di uno ma di tutti gli oratori della nostra UP, che nonostante ognuno mantenga le proprie peculiarità si stanno tutti contaminando di relazioni sempre più approfondite e sempre più mescolate.
Abbiamo da poco ripreso a dire una delle preghiere universali che ci fanno iniziare col piede giusto ogni pomeriggio: vedere la voglia di pregare di questi ragazzi provenienti da diverse estrazioni sociali e da diverse culture è per me motivo di gratitudine nei confronti del Padre perché conferma l'oratorio come uno strumento vero e concreto di pastorale. Sentire che insieme invochiamo la capacità di essere strumenti della pace di Dio, quando insieme inneggiamo alla vita con le parole di madre Teresa o chiedere che su noi scenda lo spirito di santità non è roba da bigotti e ovviamente non è nemmeno solamente un oratorio che fa opere sociali.
Credo che questo sia un piccolo cantiere di quella chiesa che tanto auspica il Signore, oggi in particolare nelle parole e opere di papa Francesco. Una chiesa così tanto con-fusa nella quotidianità, nell'umanità, nell'ordinarietà da non poter che essere segno di qualcosa in più, di un cielo che non è vuoto. Ho usato appositamente il verbo con-fondere per ragionare non su un evento di caos ma di fusione: fondere cielo e terra è stato ed è tutt'ora l'opera di Cristo che tanto ha amato al mondo da giocarsi fino in fondo, ad ogni costo. Ma più che un costo penso si sia trattato di un investimento a vedere ad esempio nel mio piccolo così tanto fermento nei nostri oratori. Un'investimento di evangelizzazione fatto forse (FORSE) più di gesti che di parole, fatto certamente più di esperienza che di nozionismo, fatto più di processi che si sviluppano nel tempo che in lezioni che occupano uno spazio.
Credo in una chiesa prossima a chiunque le si faccia vicino ma anche che vada a stanare gli abissi che vi sono nell'animo umano. L'oratorio fa questo? In parte e con i suoi mezzi lo fa che ci si creda oppure no. Ovviamente per vedere occorre credere: questa è la chiave di lettura del vangelo di Giovanni, quel libro che quest'anno la nostra diocesi ha proposto come guida alla pastorale, in particolare nella sua seconda metà: il libro della gloria pienamente rivelata. L'oratorio certamente vive di più secondo il libro dei segni (la prima parte del vangelo giovanneo) in cui il Signore si rivela appunto per segni che introducono a qualcosa di più grande, di più profondo, di più nostalgico, di più. L'oratorio lo fa mettendo in gioco le persone. Pensiamo ad esempio al labOratorio di chitarra o a quelli di teatro che in alcuni dei nostri oratori hanno iniziato il proprio percorso. L'oratorio insegna, attraverso i linguaggi dell'animazione, che ogni uomo non è chiamato a vivere per dar gloria a se stesso ma a generare comunione.
L'oratorio è l'unico strumento per educare le giovani generazioni? Assolutamente no. Eppure credendoci di più può fecondare e portare molto frutto nel tempo.






giovedì 25 ottobre 2018

Oratori invernali 2018-2019

Ciao a tutti!
Da tre settimane abbiamo iniziato a riabitare gli oratori della nostra UP cercando sempre di vivere le relazioni che si creano secondo lo stile del Regno di cui Gesù ha tanto vissuto oltre che tanto parlato. Non semplice ma occorre puntare in alto, e i frutti si vedono.

Come impostazione abbiamo cercato di mantenere quella degli altri anni cercando di aumentare la presenza la dove si è potuto, ad esempio al sabato dopo il catechismo a San Bartolomeo grazie alla disponibilità di Alex e Terenz (due nomi che suonerebbero bene in una serie tv degli anni 90 fra l'altro).

Al di là delle battute partire non è facile anche perché non possiamo fare affidamento ad altri giovani che sarebbero potuti saltare sulla barca grazie all'anno di vita comunitaria a Codemondo: siamo in meno giovani-adulti e ben frammentati.

D'altro canto un fenomeno positivo di cui già l'anno scorso stava emergendo è dato da quei ragazzi delle medie e primi anni delle superiori che abitano nei nostri territori (in particolare zona Regina Pacis) che coi loro ritmi, i loto carismi, le loro competenze si stanno lanciano nel servizio ai più piccoli chi affiancandoli nei compiti chi nel gioco. A Roncina stiamo cercando di capire come inserire i ragazzi di III media che vorrebbero rendersi utili: la cosa positivaè che l'estate ci ha fatto sperimentare (come scritto in un post) la figura dei raganimatori, ovvero quei preadolescenti che non sono ancora animatori ma nemmeno più ragazzini, quelli che ancora si divertono a giocare e fare i laboratori ma che allo stesso tempo desiderano contribuire alla conduzione del grest. Ci stiamo ragionando su come fare questa proposta: bello!

Ci sono anche adolescenti che dopo un bel servizio di animatori al grest stanno dando disponibilità anche durante la ferialità, anche attraverso la conduzione di alcune LabOratori (come quello di fotografia e di teatro) che partiranno fra poche settimane (iscrivetevi!).

Bellissime anche le collaborazioni con gli adulti, sia quelli che da anni sono dentro al progetto sia i nuovi che arrivano talvolta con nuove idee. Queste per me sono benedizioni e segno di generatività (si scrive così?), cioè segno di comunità che iniziano a vedere che c'è del bello e del buono in oratorio e che si sentono chiamate a renderlo ulteriormente bello e buono.

Nonostante ciò bisogna anche dire che ci sarebbe bisogno di più persone che nel loro piccolo e secondo il proprio carisma potessero mettersi in gioco, e questo in tutti gli oratori. In alcune parrocchie mancano adulti, in altre adolescenti, in altre giovani. Tutte vanno avanti con ritmi e velocità differenti come differenti sono gli oratori, e questo è un bene.

Quest'anno l'idea è di farci accompagnare da una figura che dell'oratorio è stato un padre: san Filippo Neri. Cercheremo di riflettere sui messaggi che ha mandato a suo tempo e che possono essere utili per il nostro e lavoreremo sulla sua figura nello specifico attraverso un film (da guardare più avanti quando la stagione è davvero brutta e fredda).

Ecco un pochino le idee in cantiere che stanno gravitando attorno al progetto invernale degli oratori. Come avrete visto ci sono locandine che girano sui telefoni, su facebook oppure che potete vedere appese alla bacheche: non solo per pubblicizzare ma soprattutto per ricordarci che l'oratorio è roba di comunità, che nel piccolo o nel grande riguarda tutti perché - come dice don Michele Falabretti, incaricato nazionale di pastorale giovanile - l'oratorio è una medicina per prendersi cura delle giovani generazioni del proprio territorio.

Concludo dicendo che nella locandina marrone troverete cose che sono partite, altre che partiranno, alcune che non siamo sicuri di riuscire a far partire nei tempi pensati...vorrei che qualcuno mi chiamasse (come sta succedendo, poco ma sta succedendo) per qualcosa che ancora non c'è scritto, da scrivere insieme, da far vivere insieme.





giovedì 4 ottobre 2018

Il sinodo a un anno dal sinodo

Che il Signore vi dia pace!
Con questa sollecitazione presa direttamente dal santo del giorno, san Francesco d'Assisi, vorrei aprire questo articolo.
Come saprete, da ieri ha avuto avvio il lavoro del Sinodo dei vescovi che ha per tema i giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Se ben ricordate il 30 settembre e 1 ottobre 2017 avevamo vissuto il Sinodo sugli oratori della nostra UP. A distanza di un anno mi volto indietro a riconosco alcuni passaggi che si sono fatti

  • la stesura di una Carta del Sinodo
  • la scrittura del Progetto Educativo degli oratori 
  • tanti volti di tante età incontrate in oratorio 
  • un approfondimento di alcune tematiche attraverso il blog
  • la formazione di una Equipe Oratori
  • la riaffermazione dei Consigli di Oratorio
  • il cammino nella casa della Missione km 0
  • nuovi labOratori creatisi dalla fantasia, carisma e disponibilità di alcuni fra voi
  • esperienze estive diversificate e significative
  • i calendari e le felpe
Più ci penso e più me ne verrebbero. Questo è segno di una cosa: non ci siamo seduti, siamo in cammino (a volte di corsa). Il nostro sinodo era preludio per quello che adesso stanno vivendo i vescovi: un'anticipazione di una riflessione sul mondo giovanile a diversi livelli e stadi di crescita che aiuta tutti a essere Chiesa in uscita.

"Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia. È questo in radice l’ambito specifico del prossimo Sinodo: come il Signore Gesù ha camminato con i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35), anche la Chiesa è invitata ad accompagnare tutti i giovani, nessuno escluso, verso la gioia dell’amore." [Instrumentum Laboris per il Sinodo dei vescovi]


Queste righe sono le prima che si incontrano leggendo l'introduzione dello strumento di lavoro che è arrivato nelle mani di tutti coloro che hanno responsabilità pastorale in campo giovanile (diffuso in un lungo e in largo, tanto da poterlo ricevere anche il sottoscritto). Accompagnare i giovani verso la gioia e l'amore. Essere Chiesa aderente alla vita dei ragazzi e fedele al Vangelo. Come progetto oratori penso che l'anno scorso sia stato fatto un investimento notevole per avviare una diffusione dello stile di oratorio che potesse permeare anche le case dei nostri territori. Quest'anno il desiderio è quello di incontrare le comunità per poter vivere quanto ad esempio scritto sul Progetto Educativo. Era stato pensato un pieghevole proprio per essere tascabile, per arrivare sulle tavole delle case. Una brochure dove non c'era scritto tutto nel dettaglio ma alcuni punti non trascurabili. Un avvio, non un arrivo. Se l'anno scorso abbiamo investito nella progettazione direi che è giunto il periodo della co-progettazione con le parrocchie al fine di rendere vivo ciò che lo Spirito ci ha suggerito. Insomma non è roba banale l'oratorio.
Forse vi aspettavate l'articolo sull'inizio del progetto invernale come vi avevo promesso. Forse non vi aspettavate proprio niente. Forse non leggerai mai queste righe. Non importa: io devo scriverle e scrivendole so che il Signore raggiunge alcuni di voi: me lo avete dimostrato nel corso di questi anni e vi ringrazio. Sentitevi tutti chiamati in causa, una bella causa, quella di accompagnare i giovani verso la gioia e verso l'amore. Giovanni lo direbbe con una parola: Dio.

In conclusione vorrei stimolarci a pregare quotidianamente per il Sinodo sui giovani, affinché i padri sinodali possano essere strumenti di quel soffio dello Spirito che rende nuove tutte le cose.

PS: andate a rileggere gli articoli sul sinodo sugli oratori...li trovate un pò più indietro sempre su questo blog!

lunedì 1 ottobre 2018

Compigrest 2018

Ciao a tutti!
Sta per ripartire il progetto invernale degli oratori (di cui già da domani potrete leggere l'articolo se tutto va bene) ma non si può riprendere senza prima esserci detti come sono andati i CompiGrest di settembre a San Bartolomeo e a Regina Pacis.
Il tema, da entrambe le parti, è stato l'Esodo, ovvero la storia di Mosè dalla sua nascita fino al passaggio del Mar Rosso, la pasqua ebraica, il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Quante volte anche noi siamo schiavi di gabbie invisibili fatte di egoismo, di individualismo, di utilità, di massimizzazione e razionalizzazione delle risorse fisiche e psichiche e ci dimentichiamo che solo il seme che caduto in terra muore produce molto frutto. 
Siccome il tempo che ho è quello che è in questi giorni e siccome per la prima volta al CompiGrest avevamo scritto e stampato un libretto con le riflessioni ho pensato bene di inserirle in questo articolo. Sì, è vero, sarà molto lungo come articolo ma è possibile anche leggerlo giorno per giorno: è uno strumento a vostro e nostra disposizione. Quello che andrete a leggere saranno però solo le riflessioni a parole mentre mancheranno tutte le parti introduttive coi testi biblici e le attivazioni che hanno reso le riflessioni accattivanti e ricordabili da parte dei ragazzi.
Buona lettura e buona meditazione a tutti.

Giorno I - salvato dalle acque.
Mosè è il protagonista della nostra storia e il suo nome sembra significhi “salvato dalle acque”. Era ebreo e per gli ebrei l’acqua, il mare, rappresenta le paure perché è qualcosa di instabile, inconsistente, non regge il tuo peso, ti fa sprofondare. Al tempo gli ebrei erano diventati schiavi in Egitto e la paura delle percosse e della morte era roba di tutti i giorni. Il faraone, nemico numero uno, vuole fare uccidere tutti i neonati maschi così tener ancora più sotto scacco il popolo ebreo. Tuttavia ciò che capita sfugge al suo controllo: Dio infatti spesso usa gli emarginati, gli scartati della società per fare cose grandi con lui. Questa è la storia di Mosé e di un popolo che desidera essere di nuovo libero.

Giorno II - coscienza sepolta: l'indifferenza.
Che strano destino quello del piccolo Mosé: tutti lo vogliono! Eppure doveva morire per ordine del faraone come tutti i bambini appena nati del popolo ebreo. E non solo sopravvive, ma va addirittura a vivere nel palazzo del faraone stesso. Mosé diventa, con il trascorrere del tempo, un giovane molto importante in Egitto. Ma lo sa o non lo sa di essere in realtà un ebreo? Di appartenere a un popolo che è reso schiavo dal padrone di casa?

Giorno III - coscienza risvegliata: sentire il grido di chi soffre.
Mosé scopre la verità su se stesso: è un figlio del popolo schiavo. Questo sembra aprirgli il cuore, e con un cuore nuovo riesce a vedere e sentire il dolore di tanti schiavi che non avevano fatto nulla di male per meritarsi una vita così brutta. Guidato da un proposito di giustizia compie una violenza, e la violenza non è gradita al Signore. La violenza ti fa nemico e dopo devi guardarti le spalle perché qualcuno non si vendichi. La paura di morire adesso permea anche l’esistenza del giovane Mosé.

Giorno IV - fuggire l'ingiustizia e la menzogna.
Mosé è costretto a fuggire. Sono tanti oggi quelli che vediamo fuggire dai loro paesi per via della guerra e di altre violenze. Mosé capisce che la violenza chiama altra violenza anche se usata per fare giustizia. Non è lui il padrone della vita degli altri. Si riscatta capendo i giusti modi: prende le difese di alcune fanciulle maltrattate da alcuni pastori ma senza usare violenza. Mosé è dovuto fuggire dalla casa del faraone e dalle sua mentalità fatta di piacere, di ricchezza e di agi. Trova accoglienza e famiglia presso un sacerdote ebreo, a Madian: ecco la ricompensa di chi agisce secondo il cuore e non secondo il proprio interesse.
Giorno V - umiltà: la via per una nuova vita.
Dal palazzo del faraone alla tenda del sacerdote la differenza è notevole. Attraverso l’umiliazione, Mosé scoprirà la grandezza della mitezza, la bellezza dell’umiltà. Nel frattempo il vecchio faraone muore e Dio sente il grido del popolo e se ne dà pensiero. Dio agisce sempre per il bene, mai per il male. Quello descritto è un Dio che ascolta, ricorda, guarda e non prende sonno per prendersi cura di te. Occorre essere molto umili per sentirsi amati follemente da Dio.

Giorno VI - incontrare Dio: riconoscere i suoi passaggi.
Dio incontra Mosè mentre pascola il gregge, mentre sta svolgendo il lavoro con umiltà, mentre si prende cura di quelle creature. Il pastore ha il compito di portare ai pascoli le bestie, ovvero di portar loro il cibo necessario. Dio accorcia le distanze e irrompe nella vita di Mosè attraverso un segno: un roveto che brucia ma non si consuma. Cosa è nella nostra vita qualcosa che brucia ma non si consuma? L’amore vero! Brucia ma non si consuma. Dio incontra Mosè, gli parla e gli da una missione, e che missione: andare dal faraone in persona e far liberare Israele dalla schiavitù. Ma ve lo immaginate? Un pastore che per giunta è ricercato che va a chiedere una cosa simile al re? Roba da matti! Eppure Dio non scherza e rassicura Mosè di una cosa: che potrà sempre contare su di Lui. Dio è più forte del faraone? Staremo a vedere.

Giorno VII - promessa di una vita con la giusta dignità.
Dio è Dio della vita e della vita in abbondanza. Non sogna per i suoi figli una vita mediocre e tanto meno una vita da schiavi, ma una vita in pienezza! Dio ti promette che se ti affiderai a Lui e solo a Lui farete grandi cose insieme e ne uscirà una vita stupenda! Dio stesso si pone come avversario del faraone, è Lui che conduce la battaglia, è Lui che si prende cura del suo popolo!

Giorno VIII - gli idoli del faraone.
Se non segui Dio, allora segui degli idoli. Proprio in questo consiste la peggiore delle schiavitù: perdere la vita per cose di poco valore. Gli idoli, infatti, chiedono a te dei sacrifici. Dio invece si sacrifica per te. La differenza è notevole. Idoli di oggi sono l’individualismo e l’egoismo (cioè pensare di essere l’unico al mondo attorno al quale ruota tutto il resto), sono i "ladri del tempo" (come quando per vedere solo un video su youtube finisci per perderci delle ore senza combinare nulla nella tua vita reale), le scommesse, …Tutte prima o poi ti presentano il conto e il conto è salato. Dio invece è disposto a pagare il prezzo più alto per te perché sei suo figlio e sei prezioso ai suoi occhi. Chi scegli allora: gli idoli del faraone o il Dio della vita?

Giorno IX - faraone vs Jhvh
Jhvh ha finito la sua pazienza nei confronti del faraone e scende in campo per vincere la battaglia. Dio fa cose nuove e rende nuove tutte le cose, mentre il faraone non sa creare qualcosa, mai, sa solo storpiare quanto fa Dio. Ciò che sembra forte agli occhi degli uomini è debole al cospetto di Dio che sceglie di ripartire sempre dai piccoli, dagli umili, dai disponibili. Occorre credere! Tu che fai: credi o stenti?

Giorno X - credere per vedere (e non vedere per credere)
È come una partita vinta al 90esimo! Jhvh vince sul faraone, il popolo è salvo! Mosè è stato il primo a vedere che la vittoria era possibile perché ha molto creduto in Dio che gli stava promettendo molto di più! Tante volte si sente dire dalla gente un detto: “Vedere per credere”. Quella però è la logica del faraone, di chi non si fida, di chi controlla tutto e tutti. La logica della fede invece ti spinge prima a credere per poter vedere quello che vede Dio! Se credi vedrai che Dio è sempre al tuo fianco, lo è sempre stato e lo sarà per sempre. È Lui che ti libera dalle schiavitù per renderti un suo libero figlio! Credi e sii nella gioia!

domenica 16 settembre 2018

Oratorio noi ci crediamo

"Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede."  (Lc 10,1-7)

Ciao a tutti!
Quanto le nostre comunità credono al progetto oratori ce lo dice il numero di persona che si stanno già dedicando ad esso. Una delle cose più belle è che un numero sempre maggiore di adolescenti stia iniziando a simpatizzare per l'oratorio mettendo a disposizione un po' di tempo o un po' dei suoi talenti.
Se vi scrivo però è per dirvi che abbiamo bisogno un po' tutti di tutti perché l'oratorio è casa di comunità per cui è cosa di comunità. Il gioco di parole ci deve aiutare ad entrare in questa logica di dono vicendevole.
A metà ottobre ripartirà il progetto degli oratori invernali ma ho davvero bisogno di qualche mano in più perché da solo non posso far nulla. Nella locandina (che forse non si vede benissimo, ma che sta girando anche via cellulare) ritrovate alcuni spunti con alcuni giorni (ufficiosi per il momento).
Vi chiedo di contattarmi via email (ciri46@hotmail.it) che leggerò tornato dal viaggio di nozze (in ritardo) che farò dal 18 al 26 settembre (periodo in cui sarò irreperibile, eheh). Passate parole, aiutatemi a trovare operai per la messa, perché essa è molto molto abbondante e lavorare insieme è essere Chiesa, è vivere la gioia di veder crescere i nostri ragazzi passo dopo passo, con fatica e devozione, sui solchi del Maestro.

Grazie di cuore!

sabato 15 settembre 2018

Modelli di oratorio: i criteri - FOI/4

Stile è il modo con cui guardiamo l'oratorio, con cui pensiamo l'oratorio, il perché facciamo l'oratorio, il come viviamo l'oratorio.
Esistono sei criteri per discernere la progettazione in oratorio fatto ciascuno di due polarità (una tensione fra due aspetti). Queste polarità ci permettono di parlare lo stesso linguaggio mantenendo al tempo stesso ognuno la propria specificità. A volte abbiamo gli elementi ma non la sintonia fra essi (come cuocere la pasta buttandola nell'acqua prima di farla bollire come fanno all'estero).
  1. Ispirazione. L'ispirazione non è la mia ma è il soffio dello Spirito, è il Vangelo: non è banale chiederci se i nostri oratori sono ispirati da Lui. Il mio oratorio è una vela che si lascia gonfiare dal soffio del suo spirito oppure apriamo gli oratori con la vela chiusa? L'ispirazione non ce la inventiamo noi. C'è una dimensione spirituale fortissima. L'ispirazione sta nell'educazione e nell'evangelizzazione. Gli oratori non nascono da noi ma da una domanda che lo Spirito presenta a noi, una domanda che intercetta la domanda dei ragazzi. La questione è sugli appelli, ovvero sulla domanda che la vita di quel ragazzo pone a me, e non tanto quella domanda che io pongo su di lui. L'educazione va con l'evangelizzazione perché non possiamo pensare l'una senza l'altra. Vado in oratorio ad annunciare il Vangelo ma stando attento alla realtà di quel territorio, cercando di fare un passo alla volta, con gradualità. Senza ispirazione l'oratorio diventa sterile perché è lo Spirito che rende feconda la Chiesa. 
  2. Dedizione. Quali sono le vele che si gonfiano? Chi fa l'azione educativa? Chi è che oggi si consegna, si dedica all'oratorio oggi? Chi si fa toccare da quell'ispirazione? Non vi è solo l'iniziativa laicale né solo quella religiosa: queste due polarità devono combinarsi insieme. I sacerdoti devono vivere l'oratorio, i laici devono vivere l'oratorio. La gratuità rimane sempre anche nel servizio degli educatori professionali. Vi sono educatori professionali che hanno dedizione e ci sono volontari che non ce l'hanno: la dedizione è qualcosa di più profondo del compenso. Il contrario di questo è l'oratorio fungo, l'oratorio estemporaneo: si riempie d'estate e poi svanisce perché mancano figure dedicate.
  3. Sguardi. Chi ci sta in oratorio? Gli oratori nascono per le giovani generazioni per cui bisogna stare attenti che non diventino l'allargamento dei giardini dell'infanzia per le famiglie, ad esempio. Se l'oratorio non è per le giovani generazioni non è oratorio. Fin dove noi pensiamo l'oratorio? Lo sguardo fin dove si spinge? È possibile pensare un oratorio per gli over18? Sì, ma non devo far fare ai giovani quello che faccio fare ai bimbi, e non faccio fare a tutti i giovani gli animatori ed educatori, ma rispetto i carismi di ciascuno. È possibile costruire comunità. Ad esempio la sala studio per gli universitari con il wifi gratuito: esiste. E lì possiamo incontrarli. Esistono anche ragazzi che non vediamo quasi mai: disabili e malati. Spesso a questi ci pensano i servizi pubblici e noi li portiamo a messa la domenica tutt'al più. Poi c'è la questione della intergenerazionalità: una comunità attenta ai giovani, che abita l'esperienza dell'oratorio e non si accontenta di avere spazi aperti e un educatore o un religioso in gamba. Il contrario è un oratorio che ha uno sguardo a categorie è un oratorio miope.
  4. Metodo. Linguaggi della fede e linguaggi per la fede. Purtroppo abbiamo oratori in cui vi sono educatori che non pregano e non fanno pregare, non annunciano il Vangelo in nome di un “laicismo” insipido. Noi impariamo dalla vita dei ragazzi e vediamo dei tratti del Vangelo nelle loro vite, nelle loro parole: da un lato li evangelizziamo e dall'altra ci evangelizzano, e la Bibbia è piena di stranieri e piccoli che insegnano a Israele qualcosa su Dio. Il Vangelo è oltre la nostra testa, oltre i nostri schemi: occorre mettersi in ascolto per entrare nella vita. Il metodo dell'oratorio non è aver tutto preparato ma è anche imparare dai ragazzi e per imparare ci vuole tempo. Gesù ha predicato per 3 anni ma per 30 ha imparato a diventare uomo. Spesso non possiamo partire dal kerigma ma dobbiamo metterci al fianco di ragazzi per accompagnarli.
  5. Proposte. La proposta sta fra le attività e il luogo-struttura. I ragazzi si ricordano delle cose fatte in oratorio, delle esperienze vissute in oratorio. Non è solo una proposta ma è anche un luogo di appartenenza perché l'oratorio è casa delle relazioni dove vivere un tempo di informalità, dove si passa di lì senza dove per forza avere sempre un obiettivo specifico. Ci sono oratori troppi impostati sulle attività e ce ne sono altri sempre aperti ma che non fanno proposte. L'oratorio che non crea appartenenza è un oratorio irrilevante: quanta gente passa dai nostri oratori, consuma e va?
  6. Orizzonti. A cosa guarda l'oratorio sta fra la vita ecclesiale e la testimonianza nel mondo. Da un lato vorremmo che i ragazzi crescano come discepoli ma dobbiamo chiederci come devono crescere nella comunità cristiana. Alcuni devono imparare a vivere nel mondo un servizio: nel mondo politico ad esempio. Non dobbiamo accompagnare i giovani solo perché un domani potrebbero diventare catechisti ed educatori ma per mandarli nel mondo (anche se certamente d alcuni sarà importante fare proposte di servizio in oratorio). Dunque occorre avere oratori con uno sguardo sul futuro, che siano esercizio di futuro. Se non c'è questo orizzonte siamo di fronte all'oratorio voliera, in cui per quanto grande sia la voliera prima o poi ci si scontra con la gabbia.

La croce è ispirazione e sotto di essa vi erano figure dedicate: Maria, le donne e Giovanni. Quel giorno Pietro non era sceso a fare oratorio. L'augurio è di fare oratorio sotto la croce: un volto amato uno per volta, uno a uno: dedizione che nasce da ispirazione.

don Luca Ramello
direttore pastorale giovanile di Torino e di Piemonte e Valle d'Aosta

venerdì 14 settembre 2018

Credere, fare, discernere e scegliere - FOI/3

Spesso si pensa che sia superfluo progettare nella mentalità media anche della Chiesa. E chi materialmente progetta? Non è roba di una gerarchia illuminata ma dobbiamo recuperare una ecclesialità. La pastorale o è progettuale o non è pastorale.

"Per chi e perché devo progettare" dovrebbe essere la prima domanda cercando di passare da una pastorale di trasmissione della fede a una pastorale della relazione umana. Mi interessa incontrarti perché esisti e sei uomo come me, ancora prima che per trasmetterti il Vangelo. Non perché il Vangelo sia meno importante ma proprio perché per trasmetterlo devo comprendere che oggi c'è una grande richiesta di relazione da parte dei giovani da tutti i sondaggi che sono stati fatti. Le nostre comunità sono attrezzate per dare vita a un oratorio? Ma, ancor di più, hanno voglia di dar vita a questo, di star vicino ai giovani?
In altre parole, è bene farsi tre domande:
  1. le nostre comunità sono sufficientemente attrezzate per dare vita oggi ad un oratorio e di quali strumenti hanno bisogno per poterlo fare?
  2. Ma ancora di più: hanno voglia, motivazione, energia sufficiente?
  3. E noi cosa possiamo fare per sostenere l'avventura dell'oratorio nelle nostre comunità?

Fare oratorio è più di un'offerta pedagogica qualificata. Che tipo di relazione educativa chiede Gesù ai suoi discepoli? Non una relazione di aiuto sociale. “Lasciate” dice Gesù ai suoi discepoli quando cercano di zittire dei bambini (Mt 19, 13-15). I giovani scappano da comunità paternaliste. Gesù chiede di imparare dai bambini: li indica come coloro che possiedono il regno. Come educatore, come animatore, ti stai educando al regno e non stai solo facendo una buona azione per quei ragazzi. L'azione educativa dell'oratorio deve essere letta e vissuta come evento spirituale e non come funzione sociale: per noi è fondamentale stare in relazione coi piccoli.

La pastorale è la cura: la pastorale dei volti. Cosa significa prendersi cura di te per quello che sei oggi? E a quali condizioni si può vivere una pastorale del genere? Occorre recuperare il senso del discernimento. L'ascolto è prioritario, e dunque prioritario diventa di conseguenza anche l'incontro. Gli incontri che proponiamo sono davvero esperienze di incontro oppure sono solo riunioni? La progettazione educativa è l'esercizio ecclesiale che ci permette di vivere il discernimento educativo.
Credere, fare, discernere e scegliere sono le quattro mosse per tenere insieme azione educativa, pastorale e discernimento. Collegare il «polo ideale» (credere) con il «polo operativo» (fare) saltando i livelli intermedi della visione (discernere) e della progettualità (scegliere) finisce il più delle volte per produrre un corto circuito educativo-pastorale, che brucia risorse, collaboratori, vocazioni.
In oratorio la Chiesa si può reinventare, si può ripensare, si può tenere viva a partire da una visione di chi è il cristiano oggi. Forse facciamo fatica a capire chi deve essere oggi il cristiano. Il discernimento educativo ci mantiene nell'ascolto dello Spirito, senza inaridirci nelle procedure, stando invece attenti alla comunità che vive la fraternità.

Un buon oratorio non è quello che risolve il problema ma che sa leggere dentro un bisogno una domanda, sa proporre un percorso possibile, permette ai ragazzi di sperimentarsi come “buoni”. L'oratorio è quell'ambito in cui tutta la comunità può crescere nella presa di cura, nella testimonianza umile e nell'evangelizzazione, attraverso il coinvolgimento ecclesiale e nell'apporto dei diversi carismi. Ed è la sintonia con le diverse figure che educa (allenatore, catechista, animatore, educatore, ...) e non il confronto fra esse.
Occorre impegnarsi a parlare la lingua dei ragazzi assumendo lo stile dell'animazione: andare incontro con ciò che desiderano. Ecco perché si fa sport in oratorio, ecco perché si fa teatro in oratorio, ecco perché si fa musica in oratorio. L'oratorio è un luogo di iniziazione umana (oltre che cristiana) con i mezzi semplici che ha a disposizione. L’oratorio, può essere quel contesto semplice e
accessibile in cui i ragazzi vengono accolti per essere attrezzati alla vita.
L'educazione cristiana – dice il papa – deve mettere in sintonia tre dimensioni: la testa, le mani e il cuore.
La progettazione educativa ha anch'essa delle dimensioni
dimensione pasquale
dimensione affettiva
dimensione intellettuale
dimensione della prossimità
dimensione itinerante

Tre provocazione per ripensarsi:
  • Il nostro oratorio è ambito di iniziazione umana e nello stesso tempo laboratorio di Chiesa per una Comunità che coglie nella relazione educativa un’opportunità per sé e per la sua crescita nella fede.
  • La cartina di tornasole che misura implacabile la nostra intensità missionaria è la comunicazione: oggi la Chiesa riesce a dire chi è? E quando lo dice è comprensibile?
  • Vogliamo veramente che il più lontano da noi torni ad essere quello a noi più famigliare? In altre parole, ci mancano quelli che mancano?



don Stefano Guidi
direttore della Fondazione Oratori di Milano