martedì 5 febbraio 2019

La settimana di don Bosco

Cari amici, 
la scorsa settimana, e precisamente giovedì 31 gennaio, si è ricordata la memoria di san Giovanni Bosco, padre, maestro e amico dei giovani come i salesiani lo definiscono e a buona ragione. Bene l'idea era che nei nostri oratori si vivesse una settimana dedicata a questo santo ma a parte sabato 26 gennaio in cui sono state fatte delle feste a Regina Pacis e a San Bartolomeo, gli altri giorni a venire non si è riuscito a fare nulla perché il sottoscritto era malato. Pertanto la settimana è stata rinviata a questa ma non credo che a don Bosco dispiaccia troppo avere una settimana extra di festa. 
Premesso che ogni pomeriggio di oratorio noi cerchiamo di rivivere (seppur contestualizzato nel nostro tempo e nei nostri spazi) lo stile di Giovanni Bosco, in questa settimana ci impegniamo a immergerci di più nel suo spirito, partendo dagli aneddoti più importanti della sua storia. Per fare questo utilizzeremo diversi linguaggi, come lo stile oratoriano insegna: racconti orali, balli e bans, attività e giochi che ci faranno conoscere meglio questa figura educativa straordinaria.
Straordinaria perché? Perché ha saputo vedere compiersi il regno dei Cieli sotto una tettoia e dentro un cortile, stando gomito a gomito con tanto ragazzi poveri e soli. Soli perché se non erano orfani erano stati mandati in città a trovare lavoro, lasciando i genitori al paese. Poveri perché non tutti trovavano da lavorare e quelli che lo trovavano erano pagati una miseria per stare in condizioni igieniche e sanitarie molto ma molto precarie. 
Come fa ad accorgersene don Bosco? Beh, bisogna sapere che Giovanni non appena diventato prete chiede al suo padre spirituale, don Cafasso (uomo saggio e dal cuore magnanimo), di indicargli cosa fare: "Vai in città e guardati intorno" gli risponde la guida. E don Bosco così fa. Gira per Torino dove avrebbe potuto vedere dei bei corsi, straordinari palazzi, carrozze signorili eppure dove si soffermano i suoi occhi? Su tanti ragazzi ai margini della strada, scartati dalla società, lasciti andare come mele marce. Ecco dove nasce probabilmente l'oratorio: da uno sguardo che si sofferma sulle piccole cose di tutti i giorni e da un cuore che non riesce a cancellarne la speranza cambiare questi destini che sembrano già segnati. Cosa mancava più di tutto a quei giovani? Qualcuno che si prendesse cura di lui, che li aiutasse a prendere in mano la propria vita, a cercare il Signore anche nei luoghi più dimenticati. 
Ecco che da quel giro in città don Bosco comincia a girare per i cantieri di lavoro e farsi amico dei ragazzi, comincia a visitare il carcere minorile per farsi padre di molti disperati, comincia a invitare analfabeti di italiano e di spirito a venire a trovarlo alla domenica per insegnare un po' di catechismo, fare merenda insieme e giocare. 
Altro episodio fondamentale della nascita dell'oratorio è l'incontro con Bartolomeo Garelli, un ragazzo di quelli di cui vi parlavo prima, intercettato dalla scopa del sagrestano mentre stavo rubando qualcosa da mangiare dalla dispensa della parrocchia. Don Bosco, che aveva assistito alla fine di questa scena mentre si preparava a dire messa, fa chiamare quel "delinquente" e fa amicizia con lui. Bartolomeo da intimorito che era per la paura di ricevere una sontuosa sgridata fa la conoscenza di qualcuno che senza sapere nulla su di lui lo chiama "amico". Giovanni chiede a Bartolomeo cosa sapesse del catechismo ma niente; cosa sapesse fare ma niente... "Sai fischiare?", "Beh certo padre, almeno questo lo so fare". Ecco un altro scacco per far cominciare l'oratorio: partire sempre dalle risorse di ciascuno anche se dovesse solamente essere un saper fischiettare. Educare attraverso lo stile oratoriano significa aprire dei cammini e accompagnarli senza paura di dover avere dei risultati istantanei. D'altronde chi è a servizio nel campo dell'educazione sa bene che chi educa, chi evangelizza getta un seme e se ne prende cura, non sapendo i tempi in cui esso germoglierà e probabilmente senza vederne a pieno i frutti.
Tante cosa si potrebbero dire su Giovanni Bosco ma per ora mi limito a queste. Concludo solo dicendo che quando ieri ho chiesto ai ragazzi dell'oratorio cosa facesse don Bosco all'oratorio essi mi hanno risposto: "Pregavano, studiavano, giocavano e facevano merenda"; e quando gli ho chiesto cosa facciamo noi in oratorio hanno risposto: "Preghiamo, studiamo, giochiamo e facciamo merenda". Allora ho risposto loro che effettivamente è così anche se a onor del vero allora si pregavamo molto di più perché erano tutti cristiani mentre oggi la nostra preghiera ci permette di avvicinarci ma soprattutto nella misura in cui quella diventa una preghiera vivente attraverso ciascuno di noi. 
Sapete non è facile parlare di Dio a ragazzi provenienti da religioni diverse ma questo è possibile e a loro piace: vale la pena trovare i linguaggi giusti e mettersi in ascolto. Abbiamo la missione che ci bussa in casa: cosa faremo? Apriamo o respingiamo?
Buona settimana-extra di don Bosco a tutti!!

venerdì 21 dicembre 2018

Il presepe dell'oratorio

Cosa sia un presepe lo si imparano inverno dopo inverno durante i primi anni di vita. Mi ricordo ancora dell'emozione di quando la mamma ci portava in solaio (il luogo più statico e oscuro della casa) per prendere gli scatoloni contenti albero e presepe. Arrivati in sala si cominciava a rivoltare lo scatolone (rigorosamente per terra) e a prendere in mano gli stessi identici omaccini dell'anno prima per capire il loro (solito) ruolo, dove posizionarli (tanta fatica per poi trovarli costantemente sdraiati in orizzontale al primo traballio del tavolo)... 
Ogni tanto arrivava in mano un ppersonaggio "speciale": l'angelo che anche quest'anno avrebbe aleggiato sulla capanna, l'asino che avrebbe scaldato l'ambiente assieme al suo amico, i magi da allontanare perché i loro turno era l'ultimo degli ultimi, Maria e Giuseppe sempre in ginocchio davanti a una mangiatoia ancora vuota, Gesù che doveva essere nascosto perché la sua doveva essere l'entrata in scena più importante.
E così che dicembre dopo dicembre prendeva vita il presepe di casa mia.
Ma non mi ero accorto che ogni anno c'è un presepe che prende vita in ogni aspetto della mia vita, compreso l'oratorio. Già perché sono tanti i personaggi che vi rientrano e che lo anima affinché diventi casa di incontro per Dio e per l'uomo. Come? Nelle cose semplici di tutti i giorni, quelle normali come  nella nascita di un bambino. Natale (dice padre Ermes Ronchi) è la vita di Dio che entra nell'uomo. E l'oratorio non ha forse questo intento? Non è quel modo di stare insieme che crea i presupposti per sentirsi di nuovo creatura amata dal suo Creatore, grazie alle cure che in diversi modi si mettono in campo per i più giovani? 
Ecco allora che sono grato di essermi accorto del presepe che c'è in oratorio, nei nostri oratori, e la gratitudine è data anche dal sentirmi uno dei personaggi che lo arricchisce, che lo presente oggi qui ancora. Che bello sarebbe riuscire a cogliere l'oratorio come un'occasione per fare esplodere il Vangelo!

"Se coi catechismi si piantano i semi dell'educazione religiosa, questi medesimi hanno bisogno di molte cure perché giungano a mettere buoni frutti" 
(don Antonio Riccardi, 1831)

Buona Natale a tutti!




Ciri

lunedì 17 dicembre 2018

San Bartolomeo: un esperimento di comunità

Quest’anno è iniziata una nuova esperienza a San Bartolomeo! Dal 27 ottobre, ogni sabato di catechismo, a fine incontro, i bambini si fermano fino alle 18 per giocare insieme e dare ancora più vita a quella esperienza di oratorio che stiamo cercando di costruire all’interno dell’unità pastorale.

In questo piccolo spazio in cui una ventina di bambini possono divertirsi ed educarsi allo stare insieme, riusciamo inoltre ad assistere ad una bella esperienza di integrazione tra le nostre parrocchie: a seguire i bambini sono infatti Alex (il sottoscritto) di Regina Pacis e Andrea di Roncina, due educatori che hanno deciso di uscire fuori dal nido parrocchiale per mettere le mani in pasta in una realtà concreta di unità pastorale.

Questo è solo un ramo nuovo di un più esteso progetto di oratorio e speriamo che, col tempo, possa crescere a livello di persone coinvolte e a livello di esperienze vissute. Attraverso gli oratori, infatti, si desidera tessere e ritessere il tessuto di comunità, tessuto fatto di relazioni dentro un cammino di discepolato. Gli abitanti di Codemondo e di San Bartolomeo, negli spazi parrocchiali di quest’ultimo, con la loro presenza al progetto oratori ci stanno dicendo che c’è voglia di comunità. Ricordiamo che oltre a come detto sopra il progetto prevede le aperture del martedì e del venerdì pomeriggio per i ragazzi delle elementari e medie che grazie all’energia degli animatori (ragazzi delle superiori sempre più numerosi) imparano a stare insieme da fratelli sia nelle cose più piacevoli quali il gioco sia in quelle più serie e impegnative quali lo studio e le riflessioni. Da notare che ogni due settimane al venerdì c'è un gruppo di ragazzini di IV e V elementare che fanno catechismo e il bello è dato dal fatto che oratorio e catechismo sono due realtà in dialogo, infatti la merenda è condivisa e qualcuno di quelli del catechismo ha cominciato a venire a vivere l'oratorio già dalla sua apertura anziché aspettare le 16.30.
Inoltre al mercoledì pomeriggio c’è uno spazio dedicato ai bambini della materna seguiti da due mamme, Chiara e Silvia, che sono riuscite addirittura a farli esibire in qualche canto di Natale lo scorso martedì davanti a una platea di genitori, nonni e zii. 

Insomma non si può dire che quest’anno a San Bartolomeo ci si riesca ad annoiare!

Alex Morini

venerdì 16 novembre 2018

Oratorio, cantiere fra cielo e terra

Come è bello vedere gli oratori pieni. Pieni di ragazzi, di animatori, di volontari adulti, di persone. Pieni di suoni (talvolta fastidiosi, talvolta festosi), di colori, di attività diverse ma che parlano lo stesso linguaggio, quello della comunione, lo spirito dello stare insieme. Pieni di fiducia, di amicizie, di litigi e di incomprensioni, ma anche di perdono e di dialogo.
Non parlo solo di uno ma di tutti gli oratori della nostra UP, che nonostante ognuno mantenga le proprie peculiarità si stanno tutti contaminando di relazioni sempre più approfondite e sempre più mescolate.
Abbiamo da poco ripreso a dire una delle preghiere universali che ci fanno iniziare col piede giusto ogni pomeriggio: vedere la voglia di pregare di questi ragazzi provenienti da diverse estrazioni sociali e da diverse culture è per me motivo di gratitudine nei confronti del Padre perché conferma l'oratorio come uno strumento vero e concreto di pastorale. Sentire che insieme invochiamo la capacità di essere strumenti della pace di Dio, quando insieme inneggiamo alla vita con le parole di madre Teresa o chiedere che su noi scenda lo spirito di santità non è roba da bigotti e ovviamente non è nemmeno solamente un oratorio che fa opere sociali.
Credo che questo sia un piccolo cantiere di quella chiesa che tanto auspica il Signore, oggi in particolare nelle parole e opere di papa Francesco. Una chiesa così tanto con-fusa nella quotidianità, nell'umanità, nell'ordinarietà da non poter che essere segno di qualcosa in più, di un cielo che non è vuoto. Ho usato appositamente il verbo con-fondere per ragionare non su un evento di caos ma di fusione: fondere cielo e terra è stato ed è tutt'ora l'opera di Cristo che tanto ha amato al mondo da giocarsi fino in fondo, ad ogni costo. Ma più che un costo penso si sia trattato di un investimento a vedere ad esempio nel mio piccolo così tanto fermento nei nostri oratori. Un'investimento di evangelizzazione fatto forse (FORSE) più di gesti che di parole, fatto certamente più di esperienza che di nozionismo, fatto più di processi che si sviluppano nel tempo che in lezioni che occupano uno spazio.
Credo in una chiesa prossima a chiunque le si faccia vicino ma anche che vada a stanare gli abissi che vi sono nell'animo umano. L'oratorio fa questo? In parte e con i suoi mezzi lo fa che ci si creda oppure no. Ovviamente per vedere occorre credere: questa è la chiave di lettura del vangelo di Giovanni, quel libro che quest'anno la nostra diocesi ha proposto come guida alla pastorale, in particolare nella sua seconda metà: il libro della gloria pienamente rivelata. L'oratorio certamente vive di più secondo il libro dei segni (la prima parte del vangelo giovanneo) in cui il Signore si rivela appunto per segni che introducono a qualcosa di più grande, di più profondo, di più nostalgico, di più. L'oratorio lo fa mettendo in gioco le persone. Pensiamo ad esempio al labOratorio di chitarra o a quelli di teatro che in alcuni dei nostri oratori hanno iniziato il proprio percorso. L'oratorio insegna, attraverso i linguaggi dell'animazione, che ogni uomo non è chiamato a vivere per dar gloria a se stesso ma a generare comunione.
L'oratorio è l'unico strumento per educare le giovani generazioni? Assolutamente no. Eppure credendoci di più può fecondare e portare molto frutto nel tempo.






giovedì 25 ottobre 2018

Oratori invernali 2018-2019

Ciao a tutti!
Da tre settimane abbiamo iniziato a riabitare gli oratori della nostra UP cercando sempre di vivere le relazioni che si creano secondo lo stile del Regno di cui Gesù ha tanto vissuto oltre che tanto parlato. Non semplice ma occorre puntare in alto, e i frutti si vedono.

Come impostazione abbiamo cercato di mantenere quella degli altri anni cercando di aumentare la presenza la dove si è potuto, ad esempio al sabato dopo il catechismo a San Bartolomeo grazie alla disponibilità di Alex e Terenz (due nomi che suonerebbero bene in una serie tv degli anni 90 fra l'altro).

Al di là delle battute partire non è facile anche perché non possiamo fare affidamento ad altri giovani che sarebbero potuti saltare sulla barca grazie all'anno di vita comunitaria a Codemondo: siamo in meno giovani-adulti e ben frammentati.

D'altro canto un fenomeno positivo di cui già l'anno scorso stava emergendo è dato da quei ragazzi delle medie e primi anni delle superiori che abitano nei nostri territori (in particolare zona Regina Pacis) che coi loro ritmi, i loto carismi, le loro competenze si stanno lanciano nel servizio ai più piccoli chi affiancandoli nei compiti chi nel gioco. A Roncina stiamo cercando di capire come inserire i ragazzi di III media che vorrebbero rendersi utili: la cosa positivaè che l'estate ci ha fatto sperimentare (come scritto in un post) la figura dei raganimatori, ovvero quei preadolescenti che non sono ancora animatori ma nemmeno più ragazzini, quelli che ancora si divertono a giocare e fare i laboratori ma che allo stesso tempo desiderano contribuire alla conduzione del grest. Ci stiamo ragionando su come fare questa proposta: bello!

Ci sono anche adolescenti che dopo un bel servizio di animatori al grest stanno dando disponibilità anche durante la ferialità, anche attraverso la conduzione di alcune LabOratori (come quello di fotografia e di teatro) che partiranno fra poche settimane (iscrivetevi!).

Bellissime anche le collaborazioni con gli adulti, sia quelli che da anni sono dentro al progetto sia i nuovi che arrivano talvolta con nuove idee. Queste per me sono benedizioni e segno di generatività (si scrive così?), cioè segno di comunità che iniziano a vedere che c'è del bello e del buono in oratorio e che si sentono chiamate a renderlo ulteriormente bello e buono.

Nonostante ciò bisogna anche dire che ci sarebbe bisogno di più persone che nel loro piccolo e secondo il proprio carisma potessero mettersi in gioco, e questo in tutti gli oratori. In alcune parrocchie mancano adulti, in altre adolescenti, in altre giovani. Tutte vanno avanti con ritmi e velocità differenti come differenti sono gli oratori, e questo è un bene.

Quest'anno l'idea è di farci accompagnare da una figura che dell'oratorio è stato un padre: san Filippo Neri. Cercheremo di riflettere sui messaggi che ha mandato a suo tempo e che possono essere utili per il nostro e lavoreremo sulla sua figura nello specifico attraverso un film (da guardare più avanti quando la stagione è davvero brutta e fredda).

Ecco un pochino le idee in cantiere che stanno gravitando attorno al progetto invernale degli oratori. Come avrete visto ci sono locandine che girano sui telefoni, su facebook oppure che potete vedere appese alla bacheche: non solo per pubblicizzare ma soprattutto per ricordarci che l'oratorio è roba di comunità, che nel piccolo o nel grande riguarda tutti perché - come dice don Michele Falabretti, incaricato nazionale di pastorale giovanile - l'oratorio è una medicina per prendersi cura delle giovani generazioni del proprio territorio.

Concludo dicendo che nella locandina marrone troverete cose che sono partite, altre che partiranno, alcune che non siamo sicuri di riuscire a far partire nei tempi pensati...vorrei che qualcuno mi chiamasse (come sta succedendo, poco ma sta succedendo) per qualcosa che ancora non c'è scritto, da scrivere insieme, da far vivere insieme.





giovedì 4 ottobre 2018

Il sinodo a un anno dal sinodo

Che il Signore vi dia pace!
Con questa sollecitazione presa direttamente dal santo del giorno, san Francesco d'Assisi, vorrei aprire questo articolo.
Come saprete, da ieri ha avuto avvio il lavoro del Sinodo dei vescovi che ha per tema i giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Se ben ricordate il 30 settembre e 1 ottobre 2017 avevamo vissuto il Sinodo sugli oratori della nostra UP. A distanza di un anno mi volto indietro a riconosco alcuni passaggi che si sono fatti

  • la stesura di una Carta del Sinodo
  • la scrittura del Progetto Educativo degli oratori 
  • tanti volti di tante età incontrate in oratorio 
  • un approfondimento di alcune tematiche attraverso il blog
  • la formazione di una Equipe Oratori
  • la riaffermazione dei Consigli di Oratorio
  • il cammino nella casa della Missione km 0
  • nuovi labOratori creatisi dalla fantasia, carisma e disponibilità di alcuni fra voi
  • esperienze estive diversificate e significative
  • i calendari e le felpe
Più ci penso e più me ne verrebbero. Questo è segno di una cosa: non ci siamo seduti, siamo in cammino (a volte di corsa). Il nostro sinodo era preludio per quello che adesso stanno vivendo i vescovi: un'anticipazione di una riflessione sul mondo giovanile a diversi livelli e stadi di crescita che aiuta tutti a essere Chiesa in uscita.

"Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia. È questo in radice l’ambito specifico del prossimo Sinodo: come il Signore Gesù ha camminato con i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35), anche la Chiesa è invitata ad accompagnare tutti i giovani, nessuno escluso, verso la gioia dell’amore." [Instrumentum Laboris per il Sinodo dei vescovi]


Queste righe sono le prima che si incontrano leggendo l'introduzione dello strumento di lavoro che è arrivato nelle mani di tutti coloro che hanno responsabilità pastorale in campo giovanile (diffuso in un lungo e in largo, tanto da poterlo ricevere anche il sottoscritto). Accompagnare i giovani verso la gioia e l'amore. Essere Chiesa aderente alla vita dei ragazzi e fedele al Vangelo. Come progetto oratori penso che l'anno scorso sia stato fatto un investimento notevole per avviare una diffusione dello stile di oratorio che potesse permeare anche le case dei nostri territori. Quest'anno il desiderio è quello di incontrare le comunità per poter vivere quanto ad esempio scritto sul Progetto Educativo. Era stato pensato un pieghevole proprio per essere tascabile, per arrivare sulle tavole delle case. Una brochure dove non c'era scritto tutto nel dettaglio ma alcuni punti non trascurabili. Un avvio, non un arrivo. Se l'anno scorso abbiamo investito nella progettazione direi che è giunto il periodo della co-progettazione con le parrocchie al fine di rendere vivo ciò che lo Spirito ci ha suggerito. Insomma non è roba banale l'oratorio.
Forse vi aspettavate l'articolo sull'inizio del progetto invernale come vi avevo promesso. Forse non vi aspettavate proprio niente. Forse non leggerai mai queste righe. Non importa: io devo scriverle e scrivendole so che il Signore raggiunge alcuni di voi: me lo avete dimostrato nel corso di questi anni e vi ringrazio. Sentitevi tutti chiamati in causa, una bella causa, quella di accompagnare i giovani verso la gioia e verso l'amore. Giovanni lo direbbe con una parola: Dio.

In conclusione vorrei stimolarci a pregare quotidianamente per il Sinodo sui giovani, affinché i padri sinodali possano essere strumenti di quel soffio dello Spirito che rende nuove tutte le cose.

PS: andate a rileggere gli articoli sul sinodo sugli oratori...li trovate un pò più indietro sempre su questo blog!

lunedì 1 ottobre 2018

Compigrest 2018

Ciao a tutti!
Sta per ripartire il progetto invernale degli oratori (di cui già da domani potrete leggere l'articolo se tutto va bene) ma non si può riprendere senza prima esserci detti come sono andati i CompiGrest di settembre a San Bartolomeo e a Regina Pacis.
Il tema, da entrambe le parti, è stato l'Esodo, ovvero la storia di Mosè dalla sua nascita fino al passaggio del Mar Rosso, la pasqua ebraica, il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Quante volte anche noi siamo schiavi di gabbie invisibili fatte di egoismo, di individualismo, di utilità, di massimizzazione e razionalizzazione delle risorse fisiche e psichiche e ci dimentichiamo che solo il seme che caduto in terra muore produce molto frutto. 
Siccome il tempo che ho è quello che è in questi giorni e siccome per la prima volta al CompiGrest avevamo scritto e stampato un libretto con le riflessioni ho pensato bene di inserirle in questo articolo. Sì, è vero, sarà molto lungo come articolo ma è possibile anche leggerlo giorno per giorno: è uno strumento a vostro e nostra disposizione. Quello che andrete a leggere saranno però solo le riflessioni a parole mentre mancheranno tutte le parti introduttive coi testi biblici e le attivazioni che hanno reso le riflessioni accattivanti e ricordabili da parte dei ragazzi.
Buona lettura e buona meditazione a tutti.

Giorno I - salvato dalle acque.
Mosè è il protagonista della nostra storia e il suo nome sembra significhi “salvato dalle acque”. Era ebreo e per gli ebrei l’acqua, il mare, rappresenta le paure perché è qualcosa di instabile, inconsistente, non regge il tuo peso, ti fa sprofondare. Al tempo gli ebrei erano diventati schiavi in Egitto e la paura delle percosse e della morte era roba di tutti i giorni. Il faraone, nemico numero uno, vuole fare uccidere tutti i neonati maschi così tener ancora più sotto scacco il popolo ebreo. Tuttavia ciò che capita sfugge al suo controllo: Dio infatti spesso usa gli emarginati, gli scartati della società per fare cose grandi con lui. Questa è la storia di Mosé e di un popolo che desidera essere di nuovo libero.

Giorno II - coscienza sepolta: l'indifferenza.
Che strano destino quello del piccolo Mosé: tutti lo vogliono! Eppure doveva morire per ordine del faraone come tutti i bambini appena nati del popolo ebreo. E non solo sopravvive, ma va addirittura a vivere nel palazzo del faraone stesso. Mosé diventa, con il trascorrere del tempo, un giovane molto importante in Egitto. Ma lo sa o non lo sa di essere in realtà un ebreo? Di appartenere a un popolo che è reso schiavo dal padrone di casa?

Giorno III - coscienza risvegliata: sentire il grido di chi soffre.
Mosé scopre la verità su se stesso: è un figlio del popolo schiavo. Questo sembra aprirgli il cuore, e con un cuore nuovo riesce a vedere e sentire il dolore di tanti schiavi che non avevano fatto nulla di male per meritarsi una vita così brutta. Guidato da un proposito di giustizia compie una violenza, e la violenza non è gradita al Signore. La violenza ti fa nemico e dopo devi guardarti le spalle perché qualcuno non si vendichi. La paura di morire adesso permea anche l’esistenza del giovane Mosé.

Giorno IV - fuggire l'ingiustizia e la menzogna.
Mosé è costretto a fuggire. Sono tanti oggi quelli che vediamo fuggire dai loro paesi per via della guerra e di altre violenze. Mosé capisce che la violenza chiama altra violenza anche se usata per fare giustizia. Non è lui il padrone della vita degli altri. Si riscatta capendo i giusti modi: prende le difese di alcune fanciulle maltrattate da alcuni pastori ma senza usare violenza. Mosé è dovuto fuggire dalla casa del faraone e dalle sua mentalità fatta di piacere, di ricchezza e di agi. Trova accoglienza e famiglia presso un sacerdote ebreo, a Madian: ecco la ricompensa di chi agisce secondo il cuore e non secondo il proprio interesse.
Giorno V - umiltà: la via per una nuova vita.
Dal palazzo del faraone alla tenda del sacerdote la differenza è notevole. Attraverso l’umiliazione, Mosé scoprirà la grandezza della mitezza, la bellezza dell’umiltà. Nel frattempo il vecchio faraone muore e Dio sente il grido del popolo e se ne dà pensiero. Dio agisce sempre per il bene, mai per il male. Quello descritto è un Dio che ascolta, ricorda, guarda e non prende sonno per prendersi cura di te. Occorre essere molto umili per sentirsi amati follemente da Dio.

Giorno VI - incontrare Dio: riconoscere i suoi passaggi.
Dio incontra Mosè mentre pascola il gregge, mentre sta svolgendo il lavoro con umiltà, mentre si prende cura di quelle creature. Il pastore ha il compito di portare ai pascoli le bestie, ovvero di portar loro il cibo necessario. Dio accorcia le distanze e irrompe nella vita di Mosè attraverso un segno: un roveto che brucia ma non si consuma. Cosa è nella nostra vita qualcosa che brucia ma non si consuma? L’amore vero! Brucia ma non si consuma. Dio incontra Mosè, gli parla e gli da una missione, e che missione: andare dal faraone in persona e far liberare Israele dalla schiavitù. Ma ve lo immaginate? Un pastore che per giunta è ricercato che va a chiedere una cosa simile al re? Roba da matti! Eppure Dio non scherza e rassicura Mosè di una cosa: che potrà sempre contare su di Lui. Dio è più forte del faraone? Staremo a vedere.

Giorno VII - promessa di una vita con la giusta dignità.
Dio è Dio della vita e della vita in abbondanza. Non sogna per i suoi figli una vita mediocre e tanto meno una vita da schiavi, ma una vita in pienezza! Dio ti promette che se ti affiderai a Lui e solo a Lui farete grandi cose insieme e ne uscirà una vita stupenda! Dio stesso si pone come avversario del faraone, è Lui che conduce la battaglia, è Lui che si prende cura del suo popolo!

Giorno VIII - gli idoli del faraone.
Se non segui Dio, allora segui degli idoli. Proprio in questo consiste la peggiore delle schiavitù: perdere la vita per cose di poco valore. Gli idoli, infatti, chiedono a te dei sacrifici. Dio invece si sacrifica per te. La differenza è notevole. Idoli di oggi sono l’individualismo e l’egoismo (cioè pensare di essere l’unico al mondo attorno al quale ruota tutto il resto), sono i "ladri del tempo" (come quando per vedere solo un video su youtube finisci per perderci delle ore senza combinare nulla nella tua vita reale), le scommesse, …Tutte prima o poi ti presentano il conto e il conto è salato. Dio invece è disposto a pagare il prezzo più alto per te perché sei suo figlio e sei prezioso ai suoi occhi. Chi scegli allora: gli idoli del faraone o il Dio della vita?

Giorno IX - faraone vs Jhvh
Jhvh ha finito la sua pazienza nei confronti del faraone e scende in campo per vincere la battaglia. Dio fa cose nuove e rende nuove tutte le cose, mentre il faraone non sa creare qualcosa, mai, sa solo storpiare quanto fa Dio. Ciò che sembra forte agli occhi degli uomini è debole al cospetto di Dio che sceglie di ripartire sempre dai piccoli, dagli umili, dai disponibili. Occorre credere! Tu che fai: credi o stenti?

Giorno X - credere per vedere (e non vedere per credere)
È come una partita vinta al 90esimo! Jhvh vince sul faraone, il popolo è salvo! Mosè è stato il primo a vedere che la vittoria era possibile perché ha molto creduto in Dio che gli stava promettendo molto di più! Tante volte si sente dire dalla gente un detto: “Vedere per credere”. Quella però è la logica del faraone, di chi non si fida, di chi controlla tutto e tutti. La logica della fede invece ti spinge prima a credere per poter vedere quello che vede Dio! Se credi vedrai che Dio è sempre al tuo fianco, lo è sempre stato e lo sarà per sempre. È Lui che ti libera dalle schiavitù per renderti un suo libero figlio! Credi e sii nella gioia!