venerdì 10 novembre 2017

Carta del Sinodo


Giovedì 23 novembre ore 21 presso i locali della parrocchia di San Bartolomeo si terrà la presentazione della Carta del Sinodo sugli Oratori, una sorta di linee guida emerse dallo scorso Sinodo sugli Oratori dell’UP.
La restituzione e la condivisione di questa Carta sarà il primo vero passo verso la scrittura di un progetto oratori che tenga insieme diversità e unicità di ciascun territorio dell’UP ma allo stesso tempo una visione unitiva del tutto, in particolare nello stile educativo oratoriano.
Durante l’incontro sarà altresì riportato quanto emerso da una piccola indagine svolta sui giovani delle nostre parrocchie, analisi importante per capire meglio il tessuto religioso e sociale delle giovani generazioni con cui entriamo (o non entriamo) in contatto.
L’invito dunque è quello di partecipare a questo incontro, desiderato fin dal concludersi del Sinodo sugli Oratori di inizio ottobre. Sono invitati tutte le persone dai 14 anni in su.

Don Paolo e Ciri

mercoledì 8 novembre 2017

VESPRITZ 2017





Materiale utilizzato nel primo VESPRITZ 2017

Documento Preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema
“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”
Questo Documento Preparatorio propone una riflessione articolata in tre passi. Si comincia delineando
sommariamente alcune dinamiche sociali e culturali del mondo in cui i giovani crescono e prendono le loro decisioni, per proporne una lettura di fede. Si ripercorrono poi i passaggi fondamentali del processo di discernimento, che è lo strumento principale che la Chiesa sente di offrire ai giovani per scoprire, alla luce della fede, la propria vocazione. Infine si mettono a tema gli snodi fondamentali di una pastorale giovanile vocazionale. Si tratta quindi non di un documento compiuto, ma di una sorta di mappa che intende favorire una ricerca i cui frutti saranno disponibili solo al termine del cammino sinodale.

Sulle orme del discepolo amato
Offriamo come ispirazione al percorso che inizia un’icona evangelica: Giovanni, l’apostolo. Nella lettura
tradizionale del Quarto Vangelo egli è sia la figura esemplare del giovane che sceglie di seguire Gesù, sia «il discepolo che Gesù amava» (Gv 13,23; 19,26; 21,7). «Fissando lo sguardo su Gesù che passava, [Giovanni il Battista] disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,36-39). Nella ricerca del senso da dare alla propria vita, due discepoli del Battista si sentono rivolgere da Gesù la domanda penetrante: «Che cercate?». Alla loro replica «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?», segue la risposta-invito del Signore: «Venite e vedrete» (vv. 38-39). Gesù li chiama al tempo stesso a un percorso interiore e a una disponibilità a mettersi concretamente in movimento, senza ben sapere dove questo li porterà. Sarà un incontro memorabile, tanto da ricordarne perfino l’ora (v. 39). Grazie al coraggio di andare e vedere, i discepoli sperimenteranno l’amicizia fedele di Cristo e potranno vivere quotidianamente con Lui, farsi interrogare e ispirare dalle sue parole, farsi colpire e commuovere dai suoi gesti. Giovanni, in particolare, sarà chiamato a essere testimone della Passione e Resurrezione del suo Maestro. Nell’ultima cena (cfr. Gv 13,21-29), la sua intimità con Lui lo condurrà a reclinare il capo sul petto di Gesù e ad affidarsi alla Sua parola. Nel condurre Simon Pietro presso la casa del sommo sacerdote, affronterà la notte della prova e della solitudine (cfr. Gv 18,13-27). Presso la croce accoglierà il profondo dolore della Madre, cui viene affidato, assumendosi la responsabilità di prendersi cura di lei (cfr. Gv 19,25-27). Nel mattino di Pasqua egli condividerà con Pietro la corsa tumultuosa e piena di speranza verso il sepolcro vuoto (cfr. Gv 20,1-10). Infine, nel corso della straordinaria pesca presso il lago di Tiberiade (cfr. Gv 21,1-14), egli riconoscerà il Risorto e ne darà testimonianza alla comunità. La figura di Giovanni ci può aiutare a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amore e la vita in pienezza nel dono di sé e nella partecipazione all’annuncio della Buona Notizia.

1. Un mondo che cambia rapidamente
La rapidità dei processi di cambiamento e di trasformazione è la cifra principale che caratterizza le società e le culture contemporanee. La combinazione tra elevata complessità e rapido mutamento fa sì che ci troviamo in un contesto di fluidità e incertezza mai sperimentato in precedenza: è un dato di fatto da assumere senza giudicare aprioristicamente se si tratta di un problema o di una opportunità. Questa situazione richiede di assumere uno sguardo integrale e acquisire la capacità di programmare a lungo termine, facendo attenzione alla sostenibilità e alle conseguenze delle scelte di oggi in tempi e luoghi remoti. La crescita dell’incertezza incide sulla condizione di vulnerabilità, cioè la combinazione di malessere sociale e difficoltà economica, e sui vissuti di insicurezza di larghe fasce della popolazione. Rispetto al mondo del lavoro, possiamo pensare ai fenomeni della disoccupazione, dell’aumento della flessibilità e dello sfruttamento soprattutto minorile, oppure all’insieme di cause politiche, economiche, sociali e persino ambientali che spiegano l’aumento esponenziale del numero di rifugiati e migranti. A fronte di pochi privilegiati che possono usufruire delle opportunità offerte dai processi di globalizzazione economica, molti vivono in situazione di vulnerabilità e di insicurezza, il che ha impatto sui loro itinerari di vita e sulle loro scelte. A livello globale il mondo contemporaneo è segnato da una cultura “scientista spesso dominata dalla tecnica e dalle infinite possibilità che essa promette di aprire, al cui interno però «sembrano moltiplicarsi le forme di tristezza e solitudine in cui cadono le persone, e anche tanti giovani» (Misericordia et misera, 3).  Non va trascurato poi il fatto che molte società sono sempre più multiculturali e multireligiose. In particolare la compresenza di più tradizioni religiose rappresenta una sfida e un’opportunità: può crescere il disorientamento e la tentazione del relativismo, ma insieme aumentano le possibilità di confronto fecondo e arricchimento reciproco. Agli occhi della fede questo appare come un segno del nostro tempo, che richiede una crescita nella cultura dell’ascolto, del rispetto e del dialogo.

2. Le nuove generazioni
La sfida della multiculturalità attraversa in modo particolare il mondo giovanile, ad esempio con le peculiarità delle “seconde generazioni” In molte parti del mondo i giovani sperimentano condizioni di particolare durezza, al cui interno diventa difficile aprire lo spazio per autentiche scelte di vita, in assenza di margini anche minimi di esercizio della libertà. Pensiamo ai giovani in situazione di povertà ed esclusione; a quelli che crescono senza genitori o famiglia, oppure non hanno la possibilità di andare a scuola; ai bambini e ragazzi di strada di tante periferie; ai giovani disoccupati, sfollati e migranti; a quelli che sono vittime di sfruttamento, tratta e schiavitù; ai bambini e ai ragazzi arruolati a forza in bande criminali o in milizie irregolari; alle spose bambine o alle ragazze costrette a sposarsi contro la loro volontà. Troppi sono nel mondo coloro che passano direttamente dall’infanzia all’età adulta e a un carico di responsabilità che non hanno potuto scegliere.

Appartenenza e partecipazione
I giovani non si percepiscono come una categoria svantaggiata o un gruppo sociale da proteggere e, di conseguenza, come destinatari passivi di programmi pastorali o di scelte politiche. Non pochi tra loro desiderano essere parte attiva dei processi di cambiamento del presente, come confermano quelle esperienze di attivazione e innovazione dal basso che vedono i giovani come principali, anche se non unici, protagonisti. La disponibilità alla partecipazione e alla mobilitazione in azioni concrete, in cui l’apporto personale di ciascuno sia occasione di riconoscimento identitario, si articola con l’insofferenza verso ambienti in cui i giovani sentono, a torto o a ragione, di non trovare spazio o di non ricevere stimoli; ciò può portare alla rinuncia o alla fatica a desiderare, sognare e progettare, come dimostra il diffondersi del fenomeno dei NEET (not in education, employment or training, cioè giovani non impegnati in un’attività di studio né di lavoro né di formazione professionale). La discrepanza tra i giovani passivi e scoraggiati e quelli intraprendenti e vitali è il frutto delle opportunità concretamente offerte a ciascuno all’interno del contesto sociale e familiare in cui cresce, oltre che delle esperienze di senso, relazione e valore fatte anche prima dell’inizio della giovinezza. Oltre che nella passività, la mancanza di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità può manifestarsi in una eccessiva preoccupazione per la propria immagine e in un arrendevole conformismo alle mode del momento.

Punti di riferimento personali e istituzionali
Varie ricerche mostrano come i giovani sentano il bisogno di figure di riferimento vicine, credibili, coerenti e oneste, oltre che di luoghi e occasioni in cui mettere alla prova la capacità di relazione con gli altri e affrontare le dinamiche affettive. Cercano figure in grado di esprimere sintonia e offrire sostegno, incoraggiamento e aiuto a riconoscere i limiti, senza far pesare il giudizio. Da questo punto di vista, il ruolo di genitori e famiglie resta cruciale e talvolta problematico. Le generazioni più mature tendono spesso a sottovalutare le potenzialità, enfatizzano le fragilità e hanno difficoltà a capire le esigenze dei più giovani.  Genitori assenti o iperprotettivi rendono i figli più fragili e tendono a sottovalutare i rischi o a essere ossessionati dalla paura di sbagliare. I giovani non cercano però solo figure di riferimento adulte: forte è il desiderio di confronto aperto tra pari. A questo scopo è grande il bisogno di occasioni di interazione libera, di espressione affettiva, di apprendimento informale, di sperimentazione di ruoli e abilità senza tensione e ansia. I giovani nutrono spesso sfiducia, indifferenza o indignazione verso le istituzioni. Questo non riguarda solo la politica, ma investe sempre più anche le istituzioni formative e la Chiesa, nel suo aspetto istituzionale. La vorrebbero più vicina alla gente, più attenta ai problemi sociali, ma non danno per scontato che questo avvenga nell’immediato.Tutto ciò si svolge in un contesto in cui l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria. In molti luoghi la presenza della Chiesa si va facendo meno capillare e risulta così più difficile incontrarla, mentre la cultura dominante è portatrice di istanze spesso in contrasto con i valori evangelici, che si tratti di elementi della propria tradizione odella declinazione locale di una globalizzazione di stampo consumista e individualista.

Verso una generazione (iper)connessa

Le giovani generazioni sono oggi caratterizzate dal rapporto con le moderne tecnologie della comunicazione e con quello che viene normalmente chiamato “mondo virtuale”, ma che ha anche effetti molto reali. Esso offre possibilità di accesso a una serie di opportunità che le generazioni precedenti non avevano, e al tempo stesso presenta rischi. È tuttavia di grande importanza mettere a fuoco come l’esperienza di relazioni tecnologicamente mediate strutturi la concezione del mondo, della realtà e dei rapporti interpersonali e con questo è chiamata a misurarsi l’azione pastorale, che ha bisogno di sviluppare una cultura adeguata.

martedì 31 ottobre 2017

FESTA DEGLI STUDENTI UNIVERSITARI







Molto bella e partecipata è stata la festa degli studenti universitari che si è realizzata domenica in Oratorio. Dopo un culto ecumenico in cui si è lasciato spazio agli studenti presenti, tra i quali la maggior parte provenienti dal Congo, Camerun e Togo e alcuni di loro evangelici, di condividere la Parola di Dio, ci siamo trasferiti nel salone per un momento conviviale

venerdì 13 ottobre 2017

Cortile di Spirito Santo: come pecore senza pastore

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla,
ebbe compassione di loro,
perché erano 
come pecore che non hanno pastore
[Mc 6,34]

Da qualche settimana durante il pomeriggio gli spazi esterni dell'oratorio di Spirito Santo sono frequentati da una moltitudine di ragazzi delle medie e primi anni delle superiori: fra i 20 e i 40 al giorno. Mi sarebbe piaciuto scrivere che questi spazi sono abitati dai ragazzi ma il verbo abitare riconduce al concetto di casa, ma di casa oggi a questi ragazzi non interessa. Cercano posti dove sfuggire all'educazione degli adulti, luoghi in cui poter fare quello che pare e piace, fosse anche dare fuoco a un barattolo di benzina per “divertimento” (vale a dire noia) con tutti i pericoli annessi per se stessi e le strutture.
Giovanissimi allo sbando, alla ricerca di qualcosa che valga la pena di assaporare come emozione forte e immediata. Adolescenti che si stanno bruciando lentamente, come quelle prime sigarette che qualcuno di loro accende per dimostrare di sfidare il mondo. Ragazze e ragazzi che, passando di strada in strada, sono giunti alle porte di una Chiesa, sulla pista del suo cortile...quasi per caso. Stanno errando (in tutti i due sensi che il vocabolario ci indica) ma ora si sono, almeno per qualche tempo, fermati. Forse ci è dato un compito, oserei dire una missione: fare tutto quello che possiamo per far in modo che non siano più come pecore senza pastore.
Sono entrato in contatto con loro e, nonostante tante volte le pani comincino a prudere, la maggior parte di loro è simpatica e semplice: sanno accogliere (a modo loro si intende) e hanno piacere che ci si faccia loro vicini, ci si interessi a loro.
Da quando con anche Alex, Arianna e Ilaria li abbiamo incontrati per la prima volta subito ci ha preso una forte compassione e anche una abissale paura. Sono proprio i due stati d'animo che permeano nella prima parte del brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci, versetti che seguono quelli che introducono questo articolo. La compassione di vedere adolescenti senza alcuno che stia con loro, che faccia capire loro che ci sono dei limiti, che la loro vita è preziosa e irripetibile, che li sproni a dare il meglio e non il peggio, a impegnarsi e non a lasciarsi andare, a desiderare di volare in alto anziché sprofondare su una panchina per ore e ore senza concludere nulla. La paura di non sapere cosa fare, come intervenire, chi interpellare, che progettualità intraprendere. Ci manca la comunità ed è soprattutto per questo che scrivo.

Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i vicini, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose: «Date loro voi stessi da mangiare». [Mc 6,36-37]

I discepoli conoscono tutta la loro impotenza davanti a tanta folla affamata. Anche questi giovani sono affamati, affamati di profonda felicità, di legami duraturi e saldi, di sguardi carichi di fiducia e di paletti da non oltrepassare. Insomma sono affamati di vita. È la stessa fame ed è la stessa sete che interessa incontrare a Gesù. Ed è lui che invita i suoi a dare loro stessi da mangiare. Darsi in pasto agli affamati. Diventare forse anche prede, come pecore in mezzo ai lupi. Il tema delle pecore è molto caro al Signore: vede i possibili agnelli di domani nei lupi di oggi. E noi che facciamo? Li vogliamo “licenziare”? Li vogliamo allontanare perché non creino problemi? Dovremmo invece capire che questi adolescenti i problemi se li portano dietro di strada in strada, qualunque essa sia e se oggi per un qualche strano motivo sono fermi sui nostri pascoli, nel cortile di un nostro (e dico nostro) oratorio abbiamo il dovere di fare la volontà di Dio: dare loro noi stessi da mangiare. Attenzione, non sto banalizzando un martirio. Sto dicendo che come comunità abbiamo l'obbligo di sporcarci le mani con ciò che non è bello per renderlo tale. Non dico di lasciarci fare tutto quello che questi ragazzi vogliono. Al contrario dobbiamo impedirglielo, ma trovando i tempi e i modi per stare con loro.

«Quanti pani avete? Andate a vedere».
E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci».
[Mc 6,38]

Ma non abbiamo persone disposte a stare in cortile o non in grado di far fronte a certi atteggiamenti di prepotenza dei ragazzi, direte. Ma ogni comunità (e comprendo anche l'unità pastorale che fino ad ora forse si è sentita non interpellata) ha in sé almeno cinque pani e due pesci. Che se universitari, alcuni adulti, magari allenatori dessero un'ora al mese di turno sul cortile avremmo non solo luoghi più tranquilli ma addirittura quel deserto si trasformerebbe in campi. Non possono essere sempre i soliti educatori (non mi riferisco prettamente a me) a fare tutto! Abbiamo bisogno di gente che ci creda che educare oggi non solo è possibile ma è una delle missioni più importanti che il Vangelo ci consegna oggi.

“La messe è abbondante ma gli operai sono pochi”.
Abbiamo bisogno al più presto di pastori operai.

Ciri

ciri46@hotmail.it

lunedì 9 ottobre 2017

Progetto "Oratori Invernali" al via

Da oggi, lunedì 9 ottobre 2017, fino a venerdì 18 maggio 2018 riaprono gli oratori della nostra UP coprendo tutta la settimana con aperture differenti per ciascuno di essi, dal lunedì al venerdì, come si può notare dallo schema riportato più in fondo.
L'intendo dello stile educativo dell'oratorio feriale è quello di vivere il quotidiano dei ragazzi coi ragazzi (dai bambini delle elementari ai giovani delle superiori), far in modo di vivere veramente che "il Regno dei Cieli è vicino". L'oratorio vuole accorciare le distanze così come faceva Gesù, nell'informalità, nei ritmi della vita di tutti i giorni: generare incontri positivi che fanno crescere e pongono domande per crescere in umanità e in spiritualità.
Chiaramente tutti ciò avviene là dove educatori che vivono da discepoli dedicano parte del loro tempo libero per stare coi ragazzi. Nei nostri ritmi giornalieri da adulti spesso pensiamo solamente in ottica di funzionalità, utilità e risultati mentre invece troppo spesso ci scordiamo che per educare occorre stare. Stare a fare due chiacchiere, stare a fare i compiti coi ragazzi, stare a perdere tempo per fare per la terza volta di fila le squadre nel campetto, stare ad aiutare il dialogo fra due che litigano, stare in ascolto di come è passata la settimana scorsa, di come vanno le cose a casa, ...
Da oggi riprendiamo questo cammino che vede protagonisti anche molti animatori e adulti desiderosi di prendersi cura dei più piccoli, come il Vangelo di oggi (il buon samaritano) ci chiede di essere.
Certo avremmo bisogno di qualche mano e qualche testa in più per cui ti chiedo se anche tu hai almeno un'ora al mese da mettere al servizio e se così fosse non esitare a chiamarmi (3348593000) o scrivermi (ciri46@hotmail.it)

Ciri


martedì 3 ottobre 2017

Sinodo - the day after

Mentre scrivo ripenso a quanto abbiamo vissuto in questi giorni e mi chiedo che significato abbia. La stessa domanda che il giorno di Pentecoste si fa qualche ebreo quando sente gli apostoli annunciare le grandi opere di Dio in ogni lingua: “che significa?”
Dare significati a quanto ci capita è uno dei passi fondamentale del crescere: quando l’esperienza diventa sapienza. Ogni fatto che accade può essere interpretato in mille maniera mi hanno insegnato alla Scuola di Teologia Diocesana. È chiedersi cosa è successo, è ripercorrere quando accaduto, è dare un nome agli stati d’animo, ai sogni e alle paure che ci hanno abitato durante le nostre discussioni (e in pausa caffè).
Dal mio punto di vista è certamente stato un evento di Chiesa innanzitutto. È vero, non c’eravamo tutti e non eravamo nemmeno in molti, ma eravamo radunati sotto l’azione dello Spirito (più volte invocato) e con idee, precomprensioni, carismi e stili differenti (oltre alle differenze di età). In queste diversità siamo riusciti a fare la cosa più difficile: ascoltarci e tenere tutto insieme senza controbatterci a vicenda. È certamente stato un cantiere di cantiere di dialogo e di incontri. Le domande (quando mai superficiali e banali) su cui abbiamo provato a ragionare hanno rinnovato in noi il desiderio di rimetterci in ricerca. Alla ricerca del Vangelo e dei giovani. Non chiedendoci come “addomesticare i ragazzi”, ma come essi stessi possano darci delle idee, costruire qualcosa di nuovo, essere evangelizzatori oltre che ricettori dell’annuncio.
Qualcuno alla fine del Sinodo forse si aspettava una conclusione che sintetizzasse il tutto, magari un Bignami da me realizzato per portarci a casa qualcosa di tangibile, risposte illuminanti alle domande che ci siamo posti. Ma, ahimè, non è andata così. La sensazione che ho avuto io (e penso molti di voi) è stata quella di quando più che concludersi sta per cominciare qualcosa. Credo che stia per iniziare una seconda stagione per i nostri oratori: non si pensa più che c’è qualcuno che se ne occupa ma ce ne sentiamo tutti un po’ più responsabili dei ragazzi che ci ruotano attorno.
Siamo tornati a casi un po’ frastornati forse ma certamente con il cuore più leggero perché ci siamo ritrovati non soli. Non abbiamo risolto niente, anzi forse ci siamo fatti anche degli esami di coscienza e di come essere autentici e affascinanti per le nuove generazioni probabilmente non lo abbiamo ancora capito. Quello che c’è di nuovo è che fra le risposte che abbiamo provato a dirci la cosa grande è che ci siamo fatti insieme delle domande profonde. Ora ci tocca di starci ancora su questi interrogativi e di azzardare qualche idea da concretizzare.
In questi giorni mi dedicherò alla lettura di tutti i verbali e alla sintesi di questi per produrre una Carta del Sinodo, una sorta di linee guida che ci siamo detti in questi giorni. Questo documento dovrà essere sotto gli occhi di tutti, in particolare di chi si metterà a servizio in oratorio. È bello condividere un cammino che conduce alla medesima meta e quelle metà è vivere in Cristo.
Cercheremo, dunque, di non abbassare il tiro tenendo in mente che l’oratorio prima di essere un luogo è uno stile educativo con cui si evangelizza, si accompagna nella crescita, si allena a desiderare ogni ragazzo e giovane che vi troverà famiglia e casa.

Preghiamo e impegniamoci affinché possiamo diventare simili al Signore, così da stuzzicare nei giovani con cui entreremo in contatto le parole che disse l’apostolo Giovanni (quando comincio a capire che Gesù conosceva un segreto) “Maestro, dove abiti?”. “Vieni e vedi!”

Sinodo - Discussione 3

3. Attività e percorsi di accompagnamento in oratorio

L'oratorio accompagna con uno stile preciso: accogliere, affiancare, camminare insieme, non sostituirsi nel cammino, aspettare, sollecitare, responsabilizzare, rendere protagonisti, proporre, rileggere insieme.
L'oratorio accompagna nella crescita umana e spirituale. Non divide l'uomo dalla sua spiritualità, non crea scissione tra ciò che è della persona e ciò che è del Vangelo. È luogo di sintesi e di incontro anche fra le diverse dimensioni personali: non si educa a compartimenti stagni e, forse, i ragazzi sono stufi di eccessive specializzazioni che non riescono mai a rimettere insieme i pezzi della vita.
L'oratorio dovrebbe offrire questa possibilità: per questo risulta enormemente significativo là dove riesce a creare una sintesi tra vita e fede, un collegamento fra sentimenti e ragione, fra divertimento e responsabilità... Non ci mancano percorsi educativi, forse ne abbiamo fin troppi; ci mancano i luoghi sintesi fra i percorsi educativi: l'oratorio si muove dentro questa pretesa e assume questa sfida.
Fa parte della missione educativa e pastorale dell'oratorio non tirarsi indietro rispetto alla possibilità di essere ponte autentico, creatore di opportunità, perché si incrementi il bene verso le giovani generazioni.
(don Marco Mori, presidente Forum Oratori Italiani)



Bisogna avere occhi buoni per vedere che c’è un popolo di adolescenti e giovani desideroso di tener viva la speranza che una fraternità umana non solo è possibile, ma necessaria per non lasciarsi trascinare nel mulinello insidioso della violenza che sembra oggi il pensiero vincente.
Tenere aperte azioni di pastorale educativa giovanile significa riaprire ogni giorno un laboratorio di umanesimo, dove l’esperienza dello stare insieme, della condivisione delle parole, dei pasti condivisi e dell’ascolto reciproco, diventa tesoro prezioso.
Di questa fraternità i giovani portano la freschezza del sogno e la schiettezza della profezia.
(Riflessione di don Michele Falabretti,
responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile per la CEI)



Bisogna stare attenti al rischio della povertà di accompagnamento nell’oggi delle giovani generazioni, a causa del rifiuto ad accogliere e far proprie le sfide che provengono dall’apertura al mondo.
Di qui l’invito della nota (dei Vescovi italiani) a “stare sulla strada”, avendo tuttavia una duplice accortezza: che gli oratori “per loro natura non sono presidi per il contrasto al disagio sociale”, ma allo stesso tempo che essi “possono fare molto in termini di prevenzione e di sostegno ai ragazzi e ai giovani in difficoltà”.
Sono veramente i fanciulli e i ragazzi gli unici destinatari dell’oratorio? È in questo modo che la comunità cristiana si fa carico della responsabilità di educare le giovani generazioni? Cosa vuol dire che “l’Oratorio è espressione della cura materna e paterna della Chiesa” in riferimento alle giovani generazioni?
È sensato che l’oratorio non si occupi di adolescenti e giovani?
E che dire poi della “sfida dell’interculturalità”? può la comunità cristiana far finta di nulla? Forte dell’insegnamento evangelico della fraternità e aiutata dall’oratorio, giocare e far festa insieme, spesso ha favorito al ricostruzione del tessuto sociale e civile, perché è stata in grado di attivare “processi di accoglienza e di integrazione dei figli degli immigrati”.
(don Claudio Belfiore,
presidente del Centro nazionale opere salesiane
 e Coordinatore nazionale della pastorale giovanile per i salesiani d’Italia)


Domande per la discussione
–      Le attività che si svolgono nei nostri oratori sono il centro del nostro agire o sono uno degli strumenti con i quali desideriamo accompagnare i nostri ragazzi in un percorso di crescita umano, sociale e spirituale?
–      Come, il nostro oratorio, può essere o diventare luogo in cui aiutare i nostri ragazzi a fare sintesi fra fede e vita?
–      Nel programma dei percorsi, delle attività e degli eventi che si propongono in oratorio quali pensi non siano più al passo coi tempi e facenti eco al Vangelo? Quali invece rispettano questi due criteri? Quali potrebbero essere le novità che una trasformazione in chiave missionaria del nostro oratorio?

–      L'oratorio è strumento per fare proposte diversificate: il gioco in cortile, accompagnamento nei compiti, laboratori artistici e altro ancora. Come tali proposte possono stare insieme in un unico progetto senza snaturare l'oratorio in un albergo che affitta gli spazi? A chi potrebbero essere rivolte le diverse proposte diversificate? C'è posto per tutti in oratorio? Ci sono abbastanza energie per tutto ciò?